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interoperabilità - raptech

Negli ultimi anni il settore fotovoltaico ha conosciuto una crescita rapida, trainata dall’innovazione tecnologica, dalla riduzione dei costi dei componenti e da una sempre maggiore attenzione alla sostenibilità energetica. Tuttavia, con l’aumento della complessità degli impianti e della varietà di soluzioni disponibili, emerge una sfida fondamentale: l’interoperabilità delle tecnologie utilizzate lungo l’intero ciclo di vita di un impianto fotovoltaico.

Parlare di interoperabilità significa affrontare il tema della capacità di sistemi, dispositivi e software diversi di comunicare tra loro in modo efficace, condividendo dati e informazioni senza barriere. In ambito fotovoltaico, questo aspetto è oggi determinante per migliorare le performance energetiche, ottimizzare i processi di lavoro e garantire una gestione più efficiente e sostenibile degli impianti.

 

Cos’è l’interoperabilità nel fotovoltaico

Nel contesto degli impianti fotovoltaici, l’interoperabilità riguarda l’integrazione tra tecnologie eterogenee: moduli solari, inverter, sistemi di accumulo, sensori, piattaforme di monitoraggio, software di progettazione e strumenti di manutenzione. Spesso questi elementi provengono da produttori diversi e utilizzano protocolli di comunicazione differenti.

Un sistema interoperabile consente a tutti questi componenti di “parlare la stessa lingua”, o quantomeno di tradurre correttamente le informazioni scambiate. Ciò permette di raccogliere dati in tempo reale, analizzarli in modo centralizzato e trasformarli in decisioni operative più rapide ed efficaci.

 

Perché l’interoperabilità è diventata strategica

L’interoperabilità è diventata strategica nel settore fotovoltaico perché il contesto tecnologico, normativo ed economico è profondamente cambiato rispetto al passato. Oggi un impianto non è più un semplice insieme di pannelli e inverter, ma un sistema complesso, digitale e connesso, che deve dialogare con molteplici tecnologie e attori.

  1. Aumento della complessità degli impianti

Gli impianti fotovoltaici moderni integrano sempre più componenti:

  • sistemi di accumulo,
  • colonnine di ricarica per veicoli elettrici,
  • sistemi di gestione dell’energia (EMS),
  • sensori IoT,
  • software di monitoraggio e analisi.

Questi elementi provengono spesso da produttori diversi e utilizzano tecnologie differenti. Senza interoperabilità, ogni sistema rimane isolato, rendendo difficile una gestione coordinata. L’interoperabilità diventa quindi strategica per governare la complessità e trasformarla in valore operativo.

  1. Centralità del dato nel settore energetico

Il fotovoltaico è ormai un settore data-driven. Ogni impianto produce grandi quantità di dati: produzione, consumi, stato dei componenti, condizioni ambientali, performance storiche.

Se i sistemi non sono interoperabili:

  • i dati restano frammentati,
  • non sono confrontabili,
  • non supportano decisioni rapide.

Quando invece le tecnologie dialogano tra loro, i dati diventano una risorsa strategica per ottimizzare la produzione, prevedere problemi e migliorare l’efficienza complessiva dell’impianto.

  1. Esigenza di massimizzare le performance e il ROI

Con la riduzione degli incentivi e una maggiore pressione sui margini, oggi è fondamentale estrarre il massimo valore da ogni impianto. L’interoperabilità consente:

  • un controllo più preciso delle prestazioni,
  • una rapida individuazione delle inefficienze,
  • interventi mirati e tempestivi.

Questo si traduce in un aumento della producibilità, una riduzione delle perdite e un miglior ritorno sull’investimento per proprietari e operatori.

  1. Efficienza operativa e riduzione dei costi

Dal punto di vista operativo, la mancanza di interoperabilità comporta:

  • utilizzo di più piattaforme separate,
  • processi manuali,
  • duplicazione dei dati,
  • maggiore probabilità di errore.

Un ecosistema interoperabile semplifica il lavoro di progettisti, installatori e manutentori, riducendo tempi di gestione e costi operativi. Questo è particolarmente strategico per chi gestisce portafogli di impianti o opera su larga scala.

  1. Scalabilità e adattamento nel tempo

Gli impianti fotovoltaici non sono statici: vengono ampliati, aggiornati, riconfigurati. L’interoperabilità è strategica perché consente di:

  • aggiungere nuove tecnologie senza riprogettare tutto,
  • integrare future innovazioni,
  • evitare il lock-in verso un unico fornitore.

In un settore in rapida evoluzione, la flessibilità tecnologica è un vantaggio competitivo determinante.

  1. Integrazione con reti intelligenti e nuovi modelli energetici

Il futuro dell’energia passa da smart grid, comunità energetiche e autoconsumo collettivo. Per partecipare a questi modelli, gli impianti devono essere in grado di scambiare dati in modo continuo e standardizzato con reti, piattaforme e altri impianti.

L’interoperabilità non è quindi solo un fattore tecnico, ma una condizione abilitante per l’evoluzione del sistema energetico nel suo complesso.

 

Integrazione tra hardware e software

Uno degli ambiti in cui l’interoperabilità mostra il suo massimo potenziale è l’integrazione tra componenti hardware e soluzioni software. Inverter, sistemi di accumulo e quadri elettrici intelligenti possono essere collegati a piattaforme di monitoraggio avanzate che raccolgono e interpretano i dati provenienti dal campo.

Grazie a protocolli di comunicazione standard e API aperte, è possibile creare ecosistemi tecnologici flessibili, in cui l’operatore non è vincolato a un unico fornitore. Questo approccio favorisce l’innovazione, perché consente di aggiornare o sostituire singoli componenti senza dover riprogettare l’intero sistema.

 

Miglioramento delle performance degli impianti

Un impianto fotovoltaico interoperabile è un impianto più performante. L’analisi incrociata dei dati consente di individuare rapidamente cali di rendimento, ombreggiamenti anomali, inefficienze degli inverter o problemi di accumulo.

Ad esempio, integrando i dati meteo con quelli di produzione, è possibile valutare se le prestazioni dell’impianto sono in linea con le condizioni ambientali reali. In caso contrario, il sistema può segnalare automaticamente un’anomalia, permettendo un intervento tempestivo prima che il problema impatti significativamente sulla produzione energetica.

 

Benefici per il lavoro degli operatori

L’interoperabilità non migliora solo le prestazioni degli impianti, ma anche il lavoro quotidiano dei professionisti del settore fotovoltaico. Progettisti, installatori, manutentori e gestori possono accedere a informazioni centralizzate e aggiornate, riducendo la necessità di operare su più piattaforme separate.

Questo si traduce in:

  • Maggiore rapidità nelle fasi di progettazione e configurazione.
  • Riduzione degli errori dovuti a dati incompleti o non allineati.
  • Pianificazione più efficiente degli interventi di manutenzione.
  • Migliore collaborazione tra team e reparti diversi.

La standardizzazione dei flussi informativi consente inoltre di creare procedure operative più chiare e replicabili, migliorando la qualità complessiva del servizio offerto.

 

Manutenzione predittiva e riduzione dei costi

La manutenzione predittiva rappresenta uno dei benefici più concreti e strategici dell’interoperabilità delle tecnologie nel settore fotovoltaico. A differenza della manutenzione tradizionale, basata su interventi programmati o su azioni reattive dopo un guasto, l’approccio predittivo si fonda sull’analisi continua dei dati generati dall’impianto.

In un impianto non interoperabile, i problemi vengono spesso individuati solo quando si manifestano in modo evidente, ad esempio con un calo significativo della produzione o un fermo dell’inverter. Questo comporta:

  • perdita di energia prodotta,
  • interventi urgenti e costosi,
  • tempi di inattività non pianificati.

La manutenzione predittiva, invece, permette di anticipare i guasti analizzando segnali deboli e variazioni anomale delle prestazioni, prima che si trasformino in criticità.

 

Il ruolo dell’interoperabilità

L’interoperabilità è il fattore abilitante della manutenzione predittiva. Solo quando inverter, moduli, sistemi di accumulo, sensori e piattaforme software comunicano tra loro è possibile:

  • correlare dati provenienti da fonti diverse,
  • confrontare performance reali e attese,
  • individuare pattern di degrado o malfunzionamento.

Ad esempio, l’incrocio tra dati di produzione, temperatura, irraggiamento e storico delle prestazioni consente di capire se una perdita di rendimento è legata a condizioni ambientali o a un problema tecnico imminente.

 

Interventi mirati e tempestivi

Grazie alla manutenzione predittiva, gli interventi non sono più generici o preventivi “a calendario”, ma mirati e basati su dati reali. Questo significa:

  • intervenire solo quando serve davvero,
  • sostituire componenti prima che si rompano,
  • pianificare le attività senza urgenze.

Il risultato è una gestione più intelligente delle risorse tecniche e umane, con un impatto diretto sui costi operativi.

 

Scalabilità e futuro degli impianti fotovoltaici

Un altro aspetto fondamentale dell’interoperabilità è la scalabilità. Gli impianti fotovoltaici, soprattutto in ambito industriale e commerciale, sono spesso soggetti a espansioni e aggiornamenti nel tempo. Sistemi interoperabili permettono di aggiungere nuovi moduli, sistemi di accumulo o funzionalità software senza interrompere il funzionamento dell’impianto esistente.

Questa flessibilità è essenziale per adattarsi a scenari energetici in continua evoluzione, come l’integrazione con reti intelligenti, comunità energetiche e sistemi di gestione avanzata dei consumi.

 

Il ruolo degli standard e delle piattaforme aperte

Per garantire un’elevata interoperabilità, il settore fotovoltaico sta puntando sempre più su standard condivisi e piattaforme aperte. Protocolli di comunicazione comuni e architetture modulari favoriscono la compatibilità tra soluzioni diverse e riducono il rischio di lock-in tecnologico.

Le aziende che investono in soluzioni aperte e interoperabili si posizionano come partner affidabili e orientati al futuro, capaci di offrire valore nel lungo periodo ai propri clienti.

L’interoperabilità delle tecnologie nel fotovoltaico non è più un’opzione, ma una necessità strategica. In un contesto in cui efficienza, performance e sostenibilità sono fattori chiave, la capacità di integrare sistemi e dati rappresenta un vantaggio competitivo decisivo.

Adottare soluzioni interoperabili significa migliorare le prestazioni degli impianti, semplificare il lavoro degli operatori e prepararsi alle sfide future del settore energetico. Per le aziende che operano nel fotovoltaico, investire in interoperabilità oggi vuol dire costruire impianti più intelligenti, flessibili e pronti a evolvere domani.

Oggi incontriamo Stefano Cruccu, Founder & Director di Sopowerful Foundation.

 

Recentemente avete aperto le donazioni anche ai privati: cosa vi ha spinto a fare questo passo e quale impatto vi aspettate da un coinvolgimento più diretto delle persone?


Si, abbiamo appena lanciato la nostra “campagna continua” di Crowdfunding, chiamata “Sunrays”. Diverse persone ci avevano chiesto se fosse possibile sostenere i nostri progetti in modalità più “continua”, invece di fare donazioni in modo saltuario.
Crediamo ci sia un grande potenziale: a tante persone piace donare  per sostenere progetti concreti dove si vede un impatto tangibile, ma spesso siamo scoraggiati dalla mancanza di trasparenza  o dal fatto che una parte significativa della donazione finisca a coprire costi di struttura o overhead. In questo caso garantiamo che il 100% della donazione viene utilizzata per implementare un sistema fotovoltaico “where it matters most”, e si può già partecipare a partire da 50 centesimi al giorno.

 

 

Alcuni dei progetti più significativi sono stati realizzati in Tanzania. Puoi raccontarci cosa avete fatto sul campo e quale problema concreto avete contribuito a risolvere?

 

A parte il Malawi, abbiamo ormai 6 progetti operativi anche in Tanzania. Lì i nostri sistemi fotovoltaici rendono possibile una migliore qualità di servizi di sanità, come anche un miglioramento dei processi educativi nelle scuole. L’assenza di energia, o la dipendenza da una rete debole (anche chiamata “weak grid”) pone limiti seri sulla qualità di questi servizi, entrambi fondamentali per uno sviluppo e miglioramento della qualità di vita.

 

 

Il team locale di Sopowerful è cresciuto molto: come si struttura oggi e che ruolo ha nella gestione quotidiana dei progetti?

 

I nostri colleghi in Malawi e Tanzania hanno un ruolo chiave. Sia nella selezione dei progetti, sia durante l’implementazione, sia durante la fase operativa e il monitoraggio dell’impatto. È essenziale e non scontato avere persone affidabili sul posto, poter capire profondamente la cultura e le sfide, e poter comunicare nella lingua locale. Devo dire che sono molto orgoglioso di poter lavorare con un team così eterogeneo e multiculturale, che cresce in esperienza e capacità ogni giorno.

 

 

Guardando alle comunità coinvolte, quali sono i cambiamenti più tangibili che avete osservato nella vita delle persone grazie all’accesso a energia e tecnologia?

 

Se parliamo dei progetti dove il fotovoltaico rende possibile l’irrigazione, in media la “food insecurity” è diminuita del 30%, risultando in una classificazione migliorativa delle communità “moderately food insecurity” invece di “severely food insecure”. Per i progetti dove il fotovoltaico alimenta pompe elettriche riscontriamo molte meno malattie derivanti da acqua inquinata e, per esempio, una distanza dal “rubinetto” che è in media 80% in meno in rispetto a prima del progetto. Alcune persone risparmiano moltissime ore al giorno, non dovendo fare sforzi sovrumani per procurarsela.Dove il fotovoltaico rende possibile un’educazione migliore, notiamo per esempio un quasi 30% in più di studenti che passano gli esami. Dove implementiamo sistemi solari per cliniche e ospedali, cambia davvero la realtà per tante persone: da quello che viene la sera tardi e trova i suoi medicinali che richiedono la refrigerazione (“cold chain”), alla persona sottoposta ad un intervento chirurgico salvavita, che ora non è più impattato dall’interruzione di corrente.

 

 

Raptech e Sopowerful collaborano da tempo: cosa significa per voi avere al fianco partner che credono nel vostro modello e come questa sinergia contribuisce ad amplificare l’impatto sociale dei progetti?

 

È molto prezioso avere al fianco partner che rendono possibile il nostro lavoro e impatto, alcuni sono con noi già da più di 5 anni. La sinergia può cambiare da una partnership all’altra, considerando che, a parte il sostegno economico, alcuni partner ci aiutano con componenti, altri con segnalazioni e network, e altri mettendo a disposizione delle skill. Ogni azienda ha le sue capacità e visione, quello che hanno comune tutti i nostri partner è che vogliono rendere possibile la nostra missione: solar where it matters most.

street art

Negli ultimi vent’anni la street art è passata dall’essere percepita come un atto di ribellione a una vera e propria forma d’arte riconosciuta, studiata e valorizzata dalle amministrazioni pubbliche. Murales, installazioni, stencil e interventi visivi hanno trasformato porzioni di città, ridefinendo identità di quartieri, stimolando riflessioni sociali e creando nuovi spazi di incontro. Ma oltre al valore estetico e culturale, la street art ricopre un ruolo sempre più importante nell’ecologia urbana e nel benessere dei cittadini.

Il suo impatto, infatti, non si limita alla sfera simbolica o creativa: la presenza di arte di strada può influenzare la percezione della sicurezza, l’inclusione sociale, la vivibilità degli spazi pubblici e persino dinamiche economiche legate al turismo o alla rigenerazione. In un’epoca in cui le città devono affrontare sfide complesse — densificazione, inquinamento, perdita di identità, alienazione sociale — la street art emerge come uno strumento accessibile e democratico per rigenerare e “ricucire” ciò che la città moderna rischia di consumare.

 

Una lente diversa sulla città

La street art nasce come forma di comunicazione immediata, diretta, immersa nell’ambiente. A differenza delle opere museali, che vivono in uno spazio dedicato, i murales sono parte integrante del tessuto urbano: dialogano con la strada, con il traffico, con le persone che passano ogni giorno davanti a quella parete.

Questo legame diretto con il quotidiano ha una conseguenza importante: l’arte di strada cambia la percezione dei luoghi. Aree grigie, anonime o degradate possono rinascere grazie a un’opera di impatto, capace di dare carattere e significato a un’architettura altrimenti insignificante. Non si tratta solo di abbellire: si tratta di restituire un’identità a parti di città dimenticate, creando un rapporto emotivo tra i cittadini e gli spazi che abitano.

 

Rigenerazione urbana e qualità degli spazi pubblici

Molti interventi di street art vengono oggi inglobati in progetti di rigenerazione urbana. Questo perché l’arte di strada ha il potere di attivare processi di trasformazione molto più ampi rispetto al semplice rinnovamento estetico.

  1. Diminuzione del degrado percepito

Gli studi sulla “Broken Window Theory” dimostrano che il degrado visivo — muri sporchi, spazi abbandonati, vandalismi — aumenta la percezione di insicurezza. Un grande murale ben mantenuto cambia completamente questa dinamica: comunica presenza, cura, progettualità.

Laddove c’è cura, l’atto vandalico diminuisce. Laddove c’è bellezza, la cittadinanza tende a rispettare di più lo spazio.

 

  1. Valorizzazione di spazi altrimenti inutilizzati

Molte città stanno sfruttando pareti cieche, ponti, sottopassi, palazzi industriali dismessi per trasformarli in “tele urbane”. Questa scelta tecnica ha un valore importante anche dal punto di vista ambientale: recuperare superfici già esistenti evita di consumare nuovo suolo e migliora l’aspetto di aree spesso percepite come barriere architettoniche o zone di passaggio non sicure.

 

  1. Stimolo allo sviluppo sociale

Gli interventi di street art contemporanei coinvolgono spesso scuole, associazioni, reti di quartiere. Questo processo di co-creazione genera senso di appartenenza, rinforza la coesione sociale e crea comunità. Una città che si riconosce nell’arte che produce è una città più viva, partecipata, resiliente.

 

Un impatto anche psicologico

La street art non è solo colore: è esperienza. Camminare lungo un percorso decorato da murales, incontrare improvvisamente un’opera che racconta una storia del quartiere o che pone una riflessione — tutto questo genera emozioni, rompe la routine, stimola l’immaginazione.

  1. Riduzione dello stress urbano

Il colore ha un effetto psicologico potentissimo. Pareti dipinte con tonalità calde, figure armoniose, elementi naturali o astratti possono contribuire a ridurre il carico cognitivo quotidiano, rendendo la camminata o l’attesa a un semaforo meno opprimente.

Non è un caso che sempre più architetti e urbanisti parlino di “neuro-urbanistica”: l’idea che il modo in cui costruiamo le città influenzi direttamente la nostra salute mentale.

 

  1. Percezione di sicurezza

Uno spazio curato e visivamente interessante aumenta la percezione di sicurezza senza bisogno di interventi invasivi come barriere o sorveglianza continua. L’arte di strada — soprattutto se inserita in percorsi pedonali, vie altrimenti isolate, sottopassi — può rendere lo spazio più accogliente e frequentato.

 

  1. Inclusione e rappresentazione

Molti murales contemporanei affrontano temi sociali: parità di genere, multiculturalità, ambiente, memoria storica. La presenza di rappresentazioni inclusive contribuisce a far sentire “viste” molte comunità che spesso non trovano spazio nei linguaggi istituzionali.

 

Street art ed economia urbana

Al di là degli aspetti sociali, la street art ha anche ricadute economiche documentate:

  • Aumento dell’attrattività turistica: molte città — da Berlino a Lisbona, da Bristol a Melbourne — sono diventate veri e propri musei a cielo aperto. Nascono tour guidati, mostre, festival.
  • Incremento del valore immobiliare: quartieri rigenerati attraverso arte pubblica spesso registrano maggiore interesse abitativo e commerciale.
  • Opportunità per i giovani artisti e creativi: festival, bandi pubblici, progetti collaborativi generano lavoro e professionalità.

La street art è spesso uno degli ingredienti dei processi di “placemaking”: creare luoghi che hanno un significato, che generano esperienze, che attraggono residenti e visitatori.

 

Quando la street art incontra la sostenibilità

Il binomio “street art + sostenibilità” è sempre più centrale. Non solo perché la riqualificazione estetica aumenta la vivibilità, ma perché molti artisti e progetti contemporanei integrano tematiche ambientali e materiali eco-compatibili.

 

  1. Pareti verdi e murales ecologici

Alcuni interventi combinano pittura e vegetazione: murales che diventano “giardini verticali” o che si integrano con pareti verdi già esistenti. Oltre al valore estetico, questi progetti contribuiscono all’assorbimento di CO₂ e all’isolamento termico degli edifici.

 

  1. Vernici fotocatalitiche

Sempre più progetti utilizzano vernici speciali capaci di assorbire particelle inquinanti come NOx e PM10. Queste pitture, grazie alla luce del sole, attivano un processo simile alla fotosintesi, purificando l’aria circostante.

Per un brand innovativo e sostenibile come Raptech, questa evoluzione tecnologica lega il mondo della creatività con quello dell’impatto ambientale misurabile.

 

  1. Messaggi e narrazioni ecologiche

La street art è anche una forma di comunicazione potentissima per temi ambientali. Murales che denunciano l’inquinamento, opere dedicate all’acqua, alla biodiversità o alla transizione energetica sono diventati veri e propri simboli di mobilitazione culturale.

 

Conclusione

La street art non è solo decorazione: è trasformazione. È uno strumento semplice ma potentissimo per migliorare l’ambiente urbano, generare benessere psicologico, aumentare la sicurezza percepita e stimolare connessioni sociali. In un contesto in cui le città cercano nuove strade per diventare più sostenibili, vivibili e umane, l’arte pubblica gioca un ruolo strategico.

Favorevole alle comunità, alla cultura e all’innovazione, la street art si conferma una leva concreta per migliorare la qualità della vita nelle nostre città. Un potenziale che, affiancato alle tecnologie verdi e ai progetti di sostenibilità urbana — come quelli promossi da realtà dinamiche e visionarie come Raptech — può contribuire a costruire una nuova idea di città: colorata, partecipata, più sana e più consapevole.

scambio sul post - Raptech

Lo Scambio sul Posto (SSP) è stato per anni uno dei principali strumenti di sostegno alla diffusione del fotovoltaico in Italia. Si tratta di una forma di autoconsumo in sito che permette di compensare l’energia elettrica prodotta e immessa in rete in un certo momento con quella prelevata in un momento successivo. In altre parole, la rete elettrica funziona come una sorta di “accumulo virtuale”, consentendo di utilizzare anche in un secondo tempo l’energia non immediatamente autoconsumata.

Con questo meccanismo, l’energia prodotta da un impianto domestico, come quello fotovoltaico, poteva essere immessa in rete e generare un “credito” da utilizzare quando la produzione non era sufficiente a coprire i consumi.

Tuttavia, a seguito delle decisioni di ARERA e GSE, lo Scambio sul Posto è destinato a scomparire: dal 29 maggio 2025 non sarà più possibile aderire al servizio con nuovi impianti. Per quelli già attivi, la convenzione potrà durare al massimo 15 anni, dopodiché il servizio cesserà automaticamente e l’energia immessa in eccesso verrà valorizzata tramite il meccanismo del Ritiro Dedicato (RID).

 

Come funziona lo Scambio sul Posto

  • Requisiti: l’impianto di produzione e il punto di consumo devono essere connessi al medesimo punto di connessione con la rete pubblica.
  • Immissione in rete: l’energia prodotta in eccesso e non autoconsumata viene immessa nella rete elettrica.
  • Prelievo dalla rete: nei momenti in cui il consumo supera la produzione, è possibile prelevare energia dalla rete.
  • Accumulo virtuale: la rete svolge la funzione di “batteria virtuale”, evitando la necessità di sistemi di accumulo fisici.
  • Compensazione: l’energia prelevata viene compensata con quella immessa, generando un credito economico per il proprietario dell’impianto.

 

Accesso al meccanismo: condizioni e scadenze

  • Scadenza per nuove domande: è possibile presentare domanda fino al 26 settembre 2025, esclusivamente per impianti entrati in esercizio entro il 29 maggio 2025.
  • Stop ai nuovi impianti: dal 30 maggio 2025 non sarà più possibile attivare convenzioni SSP, in base alla Delibera ARERA 78/2025.
  • Attivazione: per gli impianti sotto i 200 kW, l’adesione avviene tramite il Modello Unico nella versione aggiornata.
  • Durata contrattuale: la convenzione ha durata annuale solare, tacitamente rinnovabile, ma non oltre i 15 anni dalla prima sottoscrizione (DL 181/23 e Delibera ARERA 457/2024/R/efr).

 

Cosa cambia dal 2025

  • Stop ai nuovi impianti: dal 29 maggio 2025 non è più possibile accedere allo Scambio sul Posto.
  • Fine del servizio per impianti esistenti: le convenzioni in essere restano valide solo fino al termine naturale dei 15 anni.
  • Passaggio al Ritiro Dedicato (RID): terminato il periodo massimo di convenzione, gli impianti entreranno automaticamente nel meccanismo RID. In questo caso, l’energia immessa in rete non verrà più compensata ma venduta al GSE, che la remunera. L’energia prelevata dalla rete, invece, sarà pagata al fornitore come avviene normalmente.

 

Conclusione

 

Lo Scambio sul Posto ha rappresentato un efficace strumento per valorizzare l’energia rinnovabile prodotta e non autoconsumata, offrendo ai produttori la possibilità di utilizzare la rete come “batteria virtuale”. Ha garantito vantaggi economici diretti e incentivato comportamenti energetici più sostenibili.

 

Con le nuove regole, il regime resterà accessibile solo per gli impianti entrati in esercizio entro il 29 maggio 2025, con domande presentabili fino al 26 settembre 2025. Chi intende avvalersene deve quindi rispettare queste scadenze e, allo stesso tempo, valutare attentamente le prospettive future legate al passaggio verso sistemi come il Ritiro Dedicato e le Comunità Energetiche Rinnovabili.

 

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Tiffany Ziller, Addetta alla Ricerca e all’Innovazione presso l’Ambasciata di Francia in Italia.

 

  • Negli ultimi anni, Francia e Italia hanno entrambe investito sull’innovazione. Quali differenze principali vedi nei rispettivi ecosistemi di ricerca e startup?

In Francia, l’ecosistema dell’innovazione si è sviluppato in modo fortemente coordinato e centralizzato. Lo Stato ha giocato un ruolo decisivo nel sostenere la ricerca e la creazione d’impresa, attraverso programmi come La French Tech e il supporto di Bpifrance. Queste politiche hanno favorito la nascita di un ambiente coeso, dove università, grandi centri di ricerca pubblici, imprese e startup collaborano in modo strutturato. Parigi e le principali città francesi sono diventate poli di attrazione per talenti e investitori, con un mercato del capitale di rischio particolarmente dinamico e una cultura imprenditoriale orientata alla crescita internazionale.

In Italia, dove il peso delle regioni è molto più forte, il percorso è stato graduale e a macchia di leopardo sul territorio, con un crescita molto forte negli ultimi anni. L’innovazione è spesso nata “dal basso”, grazie all’iniziativa di università, centri di ricerca e distretti industriali, che hanno saputo integrare competenze tecnologiche con il tradizionale saper-fare manifatturiero e creativo. Oggi l’Italia sta consolidando un ecosistema sempre più maturo: in particolare, la creazione di CDP Venture Capital nel 2020 ha segnato un passo avanti significativo sul versante finanziario del venture capital, con l’obiettivo di dare una struttura più robusta agli investimenti in startup e PMI innovative. Parallelamente, l’introduzione del Scaleup Act nel 2024 ha ridefinito il quadro normativo per startup e scaleup, aggiornando le regole, gli incentivi e le misure di supporto per favorire la crescita e la scalabilità delle imprese innovative italiane.

 

  • Quali politiche pubbliche francesi ritieni più efficaci nel favorire la nascita e la crescita di startup — e che potrebbero ispirare il contesto italiano?

La Francia ha sviluppato negli ultimi anni un insieme di politiche pubbliche estremamente coerenti, che hanno contribuito a trasformare il Paese in uno degli ecosistemi dell’innovazione più vivaci d’Europa.

Un pilastro centrale è Bpifrance, la banca pubblica per l’innovazione e l’imprenditoria, che svolge un ruolo chiave nel finanziare le startup e le PMI ad alto potenziale, combinando risorse pubbliche e capitali privati. Oltre ai prestiti agevolati e ai fondi di investimento, Bpifrance offre programmi di accompagnamento strategico, mentoring e sostegno all’internazionalizzazione. La sua forza risiede nella capacità di agire come punto di accesso unico per gli imprenditori, riducendo la frammentazione degli aiuti e favorendo la condivisione del rischio tra pubblico e privato.

Un altro elemento distintivo è La French Tech, nata nel 2013 per creare una rete nazionale e internazionale di startup, acceleratori e investitori. Più che un semplice programma, La French Tech è diventata un marchio identitario, sostenuto da risorse dedicate e da un forte impegno politico. Con l’arrivo di Emmanuel Macron e la sua visione di una “Startup Nation”, l’iniziativa ha guadagnato ulteriore slancio, contribuendo alla nascita di decine di unicorni e al consolidamento di un vero ecosistema di scala globale.

Sul piano fiscale, la Francia si distingue per un sistema di incentivi particolarmente attrattivo. Il Crédit Impôt Recherche (CIR) e il Crédit Impôt Innovation (CII) consentono alle imprese di dedurre una parte significativa delle spese in ricerca e sviluppo o in innovazione di prodotto, rendendo l’investimento tecnologico più accessibile. Parallelamente, una serie di agevolazioni per gli investitori privati – come le detrazioni fiscali per chi investe in startup attraverso il dispositivo IR-PME o in fondi dedicati (FIP e FCPI) – hanno stimolato la partecipazione del capitale privato, favorendo la creazione di un mercato del venture capital molto dinamico.

 

  • Dal tuo punto di vista istituzionale, quali settori tecnologici stanno diventando prioritari per la cooperazione franco-italiana?

Negli ultimi anni la cooperazione franco-italiana in materia di innovazione si è intensificata, soprattutto dopo il Trattato del Quirinale, che ha dato un quadro stabile e strutturato ai rapporti tra i due Paesi. Oggi le priorità comuni si concentrano su alcuni settori tecnologici chiave, con una visione condivisa di competitività europea e autonomia strategica.

Un primo ambito centrale è la transizione energetica, con collaborazioni sullo sviluppo delle energie rinnovabili, del nucleare di nuova generazione, dell’efficienza e della sobrietà energetiche e delle tecnologie di accumulo. L’obiettivo è costruire un modello energetico sostenibile e al tempo stesso industrialmente competitivo, in cui ricerca pubblica e impresa privata lavorino in stretta sinergia.

Un secondo asse riguarda il digitale e l’intelligenza artificiale, ambiti in cui Francia e Italia partecipano insieme a programmi europei strategici e favoriscono partenariati tra università, centri di ricerca e startup deep tech.

Un settore in forte espansione è anche quello spaziale, dove la collaborazione è già consolidata da tempo sia attraverso le nostre rispettive agenzie spaziali che a livello industriale con la Space Alliance tra la francese Thales e l’italiana Leonardo. Basti pensare che Thales Alenia Space, una delle due joint-venture della Space Alliance insieme a Telespazio, ha costruito circa il 50% della stazione spaziale internazionale. E qualche giorno fa è stata annunciata una maggior integrazione delle nostre industrie spaziali inglobando anche Airbus.

In un settore più giovane che rappresenta una frontiera di ricerca con enorme potenziale industriale, le tecnologie quantistiche, stanno emergendo nuove opportunità di collaborazione. Francia e Italia partecipano congiuntamente a iniziative europee nel quadro del Quantum Flagship, collaborando su quantum computing, comunicazioni sicure e sensoristica avanzata. Le università e i centri di ricerca dei due Paesi stanno sviluppando progetti congiunti per accelerare la maturazione di queste tecnologie e favorirne l’applicazione in settori strategici come la cybersecurity, la logistica e la finanza.

 

  • Quali opportunità concrete esistono oggi per startup italiane interessate a espandersi in Francia ?

Oggi la Francia rappresenta una delle destinazioni più interessanti per le startup italiane che vogliono crescere su scala europea. L’ecosistema francese combina un forte sostegno pubblico, un mercato del venture capital molto attivo e una cultura dell’innovazione orientata all’internazionalizzazione.

Un punto di ingresso privilegiato è la rete La French Tech, che collega centinaia di hub, incubatori e acceleratori in tutto il Paese. Le startup straniere possono accedere a programmi di accompagnamento, mentoring e visibilità presso gli investitori locali.

Un ruolo fondamentale è svolto da Business France, l’agenzia nazionale per l’internazionalizzazione dell’economia, che accompagna le imprese straniere nel loro insediamento in Francia. Business France offre supporto nella scelta della sede, nella ricerca di partner industriali e nel reperimento di finanziamenti o incentivi fiscali, in collaborazione con le autorità regionali e i poli tecnologici locali.

Negli ultimi anni si è aggiunto un nuovo strumento particolarmente interessante: l’acceleratore franco-italiano per startup tecnologiche, nato per favorire la cooperazione tra i due ecosistemi e sostenere le giovani imprese che vogliono espandersi oltreconfine. Questo programma, promosso congiuntamente da Cassa Depositi e Prestiti, Bpifrance e i network La French Tech e Italian Tech Alliance, offre percorsi di mentorship, accesso a investitori e opportunità di co-sviluppo industriale tra i due Paesi.

Dal punto di vista finanziario, la Francia resta molto competitiva: Bpifrance mette a disposizione prestiti, fondi di investimento e programmi di co-innovazione anche per startup straniere, mentre strumenti fiscali come il Crédit Impôt Recherche (CIR) e il Crédit Impôt Innovation (CII) rendono conveniente l’apertura di attività di R&S sul territorio.

 

  • Vedi differenze culturali significative nel modo in cui i founder italiani e francesi approcciano l’innovazione?

Sì, esistono differenze culturali piuttosto interessanti — e complementari — nel modo in cui i founder italiani e francesi vivono e interpretano l’innovazione. Entrambe le culture producono imprenditori di grande talento, ma il contesto formativo, istituzionale e sociale in cui operano influisce molto sul loro approccio.

In generale, i founder francesi tendono a muoversi in un ecosistema più strutturato e centralizzato. Molti provengono da percorsi accademici tecnico-scientifici di alto livello, spesso formatisi in scuole come Polytechnique, CentraleSupélec o HEC, e hanno interiorizzato l’idea che l’innovazione sia una leva nazionale strategica. Questo si riflette in una maggiore propensione a costruire imprese con ambizioni di scala globale fin dall’inizio, sostenute da politiche pubbliche forti e da un mercato del venture capital più maturo. Il loro approccio tende a essere più “sistemico”: la startup come parte di un progetto industriale e tecnologico più ampio, con una pianificazione chiara e obiettivi di crescita rapidi.

I founder italiani, al contrario, si muovono in un contesto frammentato e imprenditoriale in senso tradizionale. Spesso nascono da esperienze industriali, accademiche o di design, e mantengono una forte attenzione alla qualità del prodotto, alla creatività e alla relazione diretta con il cliente. L’innovazione in Italia è spesso più “artigianale” nel senso positivo del termine: fondata sull’ingegno, sulla flessibilità e sulla capacità di adattarsi. I founder italiani mostrano grande pragmatismo, ma talvolta meno propensione al rischio o alla scalabilità immediata rispetto ai colleghi francesi, anche per via di un sistema di finanziamento diverso.

Detto questo, le differenze si stanno riducendo rapidamente. Le nuove generazioni di imprenditori italiani sono sempre più internazionali, abituate a lavorare in ecosistemi europei, e condividono con i francesi la stessa cultura della tecnologia e dell’impatto. Al tempo stesso, molti founder francesi guardano oggi all’Italia per ispirarsi a un modello di innovazione più flessibile, creativo e centrato sul valore del prodotto.

 

  • Puoi raccontarci un caso virtuoso di collaborazione franco-italiana nel campo dell’innovazione che ti ha particolarmente colpito?

Più che colpita, direi che sono molto fiera di una cooperazione che abbiamo lanciato tre anni fa insieme al MAECI: il programma YEP – Young Entrepreneurs Programme. È un’iniziativa di mobilità tra la Francia e l’Italia pensata per studenti e giovani ricercatori con un progetto d’impresa deep tech, anche in fase molto iniziale.

L’obiettivo di YEP è favorire la nascita di una nuova generazione di innovatori europei: accompagniamo i partecipanti in una “immersion week” nell’ecosistema dell’altro Paese, dove possono sviluppare contatti, confrontarsi con progetti simili e incontrare incubatori, ricercatori e investitori. È un’esperienza che li aiuta non solo a crescere come imprenditori, ma anche a pensarsi europei sin dall’inizio, con una mentalità aperta alla collaborazione transnazionale e al co-sviluppo tecnologico.

Oggi il programma sta crescendo, anno dopo anno, e sta costruendo un ponte concreto tra le comunità dell’innovazione di Francia e Italia — un piccolo ma significativo esempio di come la cooperazione europea possa partire dalle persone, prima ancora che dalle istituzioni.

 

  • Qual è, secondo te, il “vantaggio competitivo” che l’Europa — e in particolare l’asse Francia–Italia — può giocarsi nel panorama globale dell’innovazione nei prossimi 5 anni?

Credo che il vero vantaggio competitivo dell’Europa, e in particolare dell’asse Francia–Italia, risieda nella capacità di coniugare tecnologia e valori: un modello di innovazione che non punta solo alla crescita economica, ma anche alla sostenibilità, alla qualità e all’impatto sociale. È una visione diversa da quella americana o asiatica, più equilibrata e più attenta alla dimensione umana del progresso. Nei prossimi cinque anni, questa combinazione potrà diventare una leva unica per sviluppare un modello europeo di innovazione “responsabile”, fondato su alcune priorità comuni: l’etica, la sostenibilità e la cooperazione. Questo approccio “human-centric” — che integra tutela dei diritti, transizione verde e inclusione sociale — può diventare la chiave per attrarre talenti, investimenti e fiducia, dando all’Europa un ruolo di leadership globale in un’innovazione responsabile, duratura e condivisa

 

  • Se dovessi dare un consiglio a un giovane innovatore italiano che vuole lavorare in un contesto europeo, quale sarebbe?

Il mio consiglio sarebbe di pensare europeo fin dall’inizio, senza percepire i confini nazionali come un limite ma come un punto di partenza. Oggi l’innovazione non ha più un baricentro unico: si costruisce dentro reti, progetti e collaborazioni che attraversano Paesi, lingue e culture. Per un giovane innovatore italiano, questo è un vantaggio enorme, perché l’Italia forma menti creative, abituate a risolvere problemi in modo originale e con risorse limitate — qualità preziose in ogni ecosistema europeo.

Direi quindi: coltiva la tua identità, ma impara a muoverti in logica di sistema. Partecipa a programmi europei, frequenta gli hub di innovazione in Francia, Germania o Spagna, e non aver paura di confrontarti con modelli diversi. L’obiettivo non è “andare all’estero”, ma costruire connessioni durature che ti permettano di crescere come innovatore europeo, non solo italiano.

Infine, scegli sempre progetti che abbiano un impatto reale, non solo tecnologico ma anche sociale o ambientale. L’Europa ha bisogno di innovatori che coniughino competenza e responsabilità, visione e radici. È lì che si giocherà la vera differenza nei prossimi anni.

SEU - Raptech

Nell’attuale scenario energetico, l’efficienza è diventata una priorità. I Sistemi Efficienti di Utenza (SEU) rappresentano una soluzione innovativa per migliorare l’efficienza energetica e ridurre gli sprechi.

I SEU sono sistemi che permettono la produzione e il consumo di energia in modo più sostenibile e localizzato. Questo approccio si traduce in un uso più intelligente delle risorse, promuovendo un consumo consapevole e responsabile.

Nel contesto energetico moderno, i SEU sono fondamentali per affrontare le sfide globali legate al cambiamento climatico e all’esaurimento delle risorse fossili. Essi offrono un’opportunità unica per ridurre le emissioni di carbonio e incrementare l’autonomia energetica delle comunità.

 

Cos’è un SEU

Un Sistema Efficiente di Utenza (SEU) è un impianto di produzione e consumo di energia elettrica in cui:

  • c’è un solo produttore (ad esempio un impianto fotovoltaico) e un solo cliente finale (l’utenza collegata);
  • produzione e consumo sono fisicamente collegati da una linea privata, senza passare per la rete pubblica;
  • l’energia prodotta viene utilizzata direttamente sul posto, riducendo al minimo i prelievi dalla rete elettrica nazionale.

In pratica, è un sistema che permette a un’azienda o a un privato di autoprodurre energia rinnovabile (tipicamente solare) e di utilizzarla immediatamente, con la possibilità di immettere l’eccedenza in rete, che beneficia di tariffe agevolate e non paga alcuni oneri di rete.

 

Come funzionano

  • Produzione e Consumo Locale

I SEU consentono di produrre e consumare energia nello stesso luogo, un principio fondamentale per promuovere la sostenibilità energetica. Questo approccio riduce la dipendenza da fonti energetiche esterne e minimizza le perdite di energia durante il trasporto, che sono comuni nei sistemi tradizionali.

Dal punto di vista economico, l’autoconsumo permette di risparmiare sui costi energetici, poiché l’energia prodotta localmente può essere utilizzata immediatamente, riducendo le bollette. Inoltre, l’energia in eccesso può essere venduta alla rete, generando ulteriori entrate per gli utenti. I SEU, quindi, offrono un modello di consumo più equo e sostenibile, trasformando i consumatori in veri e propri prosumers.

 

  • Connessione Diretta

Nei Sistemi Efficienti di Utenza (SEU), la connessione diretta tra produzione e utenza rappresenta un elemento chiave per ottimizzare l’uso dell’energia. Questa configurazione permette ai produttori di collegarsi direttamente con i consumatori, eliminando intermediari e riducendo costi aggiuntivi legati all’uso della rete elettrica tradizionale. In questo modo, l’energia prodotta viene consegnata direttamente al punto di consumo, assicurando un utilizzo immediato e più efficiente delle risorse.

La connessione diretta è particolarmente vantaggiosa per le aziende di grandi dimensioni, che possono beneficiare di vendite dirette di elettricità. Ciò non solo consente un risparmio economico, ma anche una riduzione delle perdite energetiche che tipicamente si verificano durante il trasporto dell’elettricità su lunghe distanze. Inoltre, la connessione diretta facilita l’autosufficienza energetica, poiché l’energia non è classificata come trasmissione o distribuzione, ma come autoconsumo.

 

  • Gestione e disponibilità dell’area

Per poter realizzare un Sistema Efficiente di Utenza, è fondamentale che l’area in cui viene installato l’impianto (ad esempio il tetto o il terreno) sia nella disponibilità diretta del cliente finale.

Questo significa che l’azienda deve avere piena titolarità o diritto di utilizzo dello spazio: un requisito che garantisce trasparenza, corretto funzionamento e continuità dell’impianto nel tempo.

In altre parole: il SEU viene costruito e utilizzato proprio all’interno dell’area del cliente finale, così che l’energia prodotta sia subito disponibile per alimentare le sue attività, senza passare per la rete elettrica nazionale.

 

  • Qualifica e gestione del SEU

Un Sistema Efficiente di Utenza non nasce semplicemente installando un impianto: per essere riconosciuto ufficialmente deve ottenere una specifica qualifica dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici).

Questa qualifica certifica che l’impianto risponde a tutte le caratteristiche richieste dalla normativa e permette di accedere ai benefici economici previsti.

La gestione operativa e regolatoria, invece, è affidata all’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), che stabilisce le regole su tariffe, incentivi e rapporti con la rete.

 

I vantaggi principali dei SEU

I Sistemi Efficienti di Utenza (SEU) offrono numerosi vantaggi tangibili per utenti e aziende.

  • Riduzione dei costi energetici: L’energia prodotta localmente riduce drasticamente il prelievo dalla rete elettrica nazionale. Ciò significa meno spesa per la materia prima energia, ma anche per trasporto, distribuzione e altri costi legati al sistema elettrico (dispacciamento, perdite di rete, oneri vari). Inoltre, tramite l’autoconsumo, l’azienda utilizza subito l’energia generata, riducendo le bollette e migliorando il ritorno sull’investimento iniziale.
  • Agevolazioni tariffarie e normativo-regolatorie: i SEU godono di regole speciali relative agli oneri generali di sistema: parte dell’energia autoconsumata non prelevata dalla rete pubblica può essere esente da alcuni oneri o voci tariffarie. Condizioni di favore nel riconoscimento della qualifica SEU/SEESEU che consentono di accedere a benefici definiti nel sistema normativo vigente.
  • Miglioramento dell’efficienza energetica e della sostenibilità: maggiore efficienza, la produzione avviene vicino al consumo, riducendo perdite, tempi di trasmissione e inefficienze. Riduzione delle emissioni di CO₂, perché i SEU usano fonti rinnovabili (o cogenerazione ad alto rendimento) eliminando o limitando l’uso di energia proveniente da fonti fossili.
  • Valorizzazione degli impianti e degli spazi: gli impianti SEU sfruttano spazi aziendali inutilizzati (tetti, coperture, aree esterne) trasformandoli in asset produttivi. L’immagine aziendale migliora: sostenibilità, potenziale certificazione ambientale, appeal verso clienti che valorizzano la responsabilità sociale e ambientale.
  • Ritorno sull’investimento (ROI) potenzialmente rapido: Sebbene il costo iniziale di installazione possa essere significativo, i risparmi in bolletta, le agevolazioni tariffarie e fiscali, e la vita utile degli impianti, permettono un ritorno dell’investimento in anni relativamente contenuti, specie per aziende con consumi elettrici rilevanti. Con bonifici, incentivi e normative a favore, l’investimento diventa più sostenibile e remunerativo.

 

A chi si rivolgono i SEU

I Sistemi Efficienti di Utenza sono pensati per tutte quelle realtà che hanno consumi energetici significativi e vogliono ridurre i costi in bolletta, migliorando al tempo stesso la propria sostenibilità.

In particolare, i SEU sono una soluzione ideale per:

  • Aziende manifatturiere e industriali
  • Con macchinari e processi produttivi energivori, queste imprese possono ottenere un grande risparmio e maggiore stabilità dei costi.
  • Piccole e medie imprese (PMI)
  • Dalle officine ai laboratori artigianali, fino ai magazzini e ai centri logistici: l’autoproduzione aiuta a essere più competitivi in un mercato sempre più attento ai costi e all’impatto ambientale.
  • Centri commerciali, strutture ricettive e GDO
  • Attività con ampi spazi (tetti, parcheggi) e consumi elettrici continui (illuminazione, climatizzazione, refrigerazione) che possono trasformare la spesa energetica in un investimento.
  • Enti pubblici e strutture sanitarie
  • Scuole, ospedali, edifici comunali: i SEU riducono i costi di gestione e permettono di liberare risorse da destinare ad altri servizi essenziali.
  • Settore residenziale e condomini
  • Anche i privati e i condomini possono adottare modelli SEU per abbattere i costi energetici e aumentare l’indipendenza dalla rete.

 

In sintesi, i SEU si rivolgono a chiunque voglia risparmiare, essere più indipendente dal mercato elettrico e dimostrare attenzione concreta alla sostenibilità ambientale.

 

Vuoi rendere la tua azienda più efficiente e sostenibile? Scopri come i SEU possono cambiare il tuo approccio energetico. Non lasciare che i costi energetici frenino la tua crescita: affidati a Raptech e costruisci il tuo futuro energetico su misura.

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Abbiamo il piacere di ospitare Francesco Bertuletti, CEO di Sblind Sustainable Network.

 

D. Francesco, Sblind nasce come social sostenibile ma anche come Community. Da dove è partita questa intuizione?
R. L’idea è nata dalla volontà di superare i limiti dei social tradizionali: volevamo costruire non solo una piattaforma tecnologica, ma uno spazio di condivisione autentica, basato su valori comuni e su un modello etico e sostenibile.

 

D. In che modo la Community è parte integrante del modello Sblind, rispetto ai social network tradizionali?
R. In Sblind la Community è il cuore pulsante: non esiste come contorno, ma come valore fondante. È la base per stimolare dialoghi costruttivi, scambi reali e progetti che abbiano un impatto positivo.

 

D. Avete rapporti con realtà come WWF e Dynamo Camp. Quanto conta per voi avere Community che vanno oltre l’online e creano impatti concreti sul territorio?
R. Conta moltissimo, perché ci permette di dimostrare che digitale e reale non sono separati. Le partnership rafforzano la nostra visione: costruire relazioni che abbiano ricadute pratiche, per l’ambiente e per le persone.

 

D. Perché oggi le persone sentono il bisogno di far parte di Community più che di semplici piattaforme social?
R. Perché non cerchiamo più solo intrattenimento, ma appartenenza. Le Community danno senso, ci permettono di riconoscerci negli altri e di agire insieme per obiettivi comuni.

 

D. Qual è la visione di lungo termine: che tipo di Community immaginate di costruire con Sblind?
R. Una comunità globale che sia sostenibile, inclusiva e capace di dimostrare che la tecnologia può servire davvero le persone. Non puntiamo alla quantità, ma alla qualità dei legami che riusciremo a generare.

Una vasta esperienza internazionale come asset manager e ora co-founder di TAKUU CONSULTING: Giorgio Bonamini risponde alle nostre domande sul presente e futuro del mercato fotovoltaico.

 

Giorgio, dopo una lunga esperienza nel settore delle energie rinnovabili, hai deciso di fondare una tua società di consulenza. Qual è stata la scintilla che ti ha spinto a fare questo passo?

Dopo quasi dieci anni nel settore delle energie rinnovabili, ho maturato una profonda conoscenza nella gestione e ottimizzazione degli asset fotovoltaici. La decisione di fondare TAKUU CONSULTING nasce dalla volontà di offrire un servizio altamente specializzato, capace di rispondere alle nuove esigenze del mercato. Insieme ad Alejandro Invernon Iglesias, co-fondatore di TAKUU, abbiamo riconosciuto che il settore stava raggiungendo una fase di maturità, in cui la gestione professionale degli asset esistenti e futuri diventa fondamentale per garantire performance e valore nel tempo. La nostra esperienza pluriennale ci permette di proporre soluzioni innovative e personalizzate per ogni cliente.

 

Qual è la missione della tua nuova realtà e a quali attori del mercato si rivolge principalmente?

La missione di TAKUU CONSULTING è massimizzare il valore degli asset rinnovabili dei nostri clienti, gestendoli con la stessa cura, responsabilità e visione strategica che dedicheremmo a impianti di nostra proprietà. Offriamo servizi di asset management trasparenti e indipendenti, integrando competenze tecniche, finanziarie e operative per ottimizzare performance, costi e processi lungo tutto il ciclo di vita dell’impianto.

Ci rivolgiamo principalmente a investitori istituzionali, IPP e fondi di investimento, supportando i loro team interni di asset management con soluzioni flessibili e scalabili, sia in fasi di gestione ordinaria che in contesti di operazioni straordinarie o consolidamento di portafoglio. Lavoriamo anche a fianco di comunità di proprietari e consorzi locali, offrendo strumenti professionali per valorizzare gli impianti, semplificare la governance e migliorare la redditività a lungo termine.

 

L’asset management nel fotovoltaico è un ambito strategico ma spesso poco valorizzato. In cosa si traduce concretamente il valore aggiunto di una buona gestione degli asset?

Un asset management professionale nel fotovoltaico consente di massimizzare la redditività degli impianti, garantendo il controllo sull’operato dell’O&M, l’allineamento dei ricavi con la produzione reale e l’ottimizzazione dei costi grazie a sinergie tra fornitori. Inoltre, la gestione attiva dei contratti PPA e dei sistemi di accumulo permette di mitigare i rischi di mercato e di valorizzare gli asset anche in scenari complessi. Un approccio strategico all’asset management si traduce in maggiore efficienza, affidabilità e sostenibilità economica degli impianti fotovoltaici.

 

Hai avuto esperienza diretta su più mercati europei: quali sono, a tuo avviso, le principali differenze tra Italia e Spagna in termini di approccio al fotovoltaico e maturità degli operatori?

Nel corso degli anni ho lavorato intensamente in entrambi i mercati, il che mi ha permesso di osservare in prima persona come si siano sviluppati e consolidati l’Italia e la Spagna nel settore fotovoltaico. Sebbene entrambi i Paesi siano chiaramente impegnati nella transizione energetica, l’approccio che adottano è diverso, sia a livello normativo che operativo.

Nel caso della Spagna, la crescita è stata molto rapida negli ultimi anni. L’espansione della capacità installata — oltre 35 GW fino al 2024 — e la proliferazione di contratti PPA con grandi aziende come Amazon ne sono una dimostrazione. Questa dinamica è stata possibile grazie alla presenza di utility con una grande capacità esecutiva. Ho anche visto come l’abolizione dell’“impuesto al sol” nel 2018 abbia rappresentato un punto di svolta importante, e come da allora molti processi siano stati semplificati. Tuttavia, ci sono ancora delle sfide: il quadro normativo avanza, ma ci sono ritardi significativi nei permessi per lo storage e nell’adeguamento della rete, soprattutto nei progetti su larga scala. Il recente Real Decreto-ley 7/2025 cerca di correggere questa situazione, ma la sua applicazione è ancora troppo recente per valutarne i risultati.

Dall’altro lato, l’Italia ha un percorso più consolidato. L’esperienza acquisita durante il periodo del Conto Energia si riflette in operatori con una forte cultura tecnica e un approccio rigoroso alla gestione normativa. Tuttavia, ho potuto constatare che lo sviluppo di nuovi progetti incontra processi autorizzativi più complessi, soprattutto a causa della mancanza di armonizzazione tra i livelli statale e regionale, e delle restrizioni paesaggistiche in alcune aree.

In sintesi, si tratta di due mercati con punti di forza complementari: uno più istituzionale e tecnico, l’altro più dinamico e orientato alla scala. Aver lavorato in entrambi mi consente di comprendere queste differenze e applicare il meglio di ciascun approccio nelle soluzioni che offriamo da TAKUU.

 

In Italia si parla sempre più di repowering e revamping. È davvero questa la nuova frontiera o stiamo sottovalutando altri asset o dinamiche emergenti?

Repowering e revamping sono oggi fondamentali per valorizzare gli asset esistenti, ma la vera frontiera è rappresentata dallo sviluppo di impianti ibridi, integrando fotovoltaico, eolico e sistemi di accumulo (BESS). L’evoluzione del mercato, con l’aumento dei curtailment e la crescita della quota di rinnovabili, richiede competenze trasversali e una gestione avanzata dei nuovi modelli di revenue stacking. TAKUU CONSULTING supporta i clienti in questa transizione, offrendo consulenza tecnica e strategica su misura

 

Come vedi evolversi il ruolo della consulenza tecnica e strategica nel fotovoltaico da qui ai prossimi 5 anni? Ci sarà più spazio per operatori indipendenti e specializzati come te?

Nei prossimi cinque anni, la consulenza tecnica e strategica nel fotovoltaico sarà sempre più richiesta, soprattutto per la gestione di PPA e sistemi di accumulo. L’aumento degli asset rinnovabili e la complessità dei nuovi modelli di business renderanno indispensabile affidarsi a partner indipendenti e altamente specializzati come TAKUU CONSULTING, capaci di offrire soluzioni personalizzate, flessibili e, soprattutto, rapide.

 

Un consiglio che daresti a un giovane professionista che vuole entrare oggi nel mondo del fotovoltaico e dell’asset management?

Il fotovoltaico è un settore in piena espansione, con molte opportunità reali per chi ha voglia di imparare. Il mio consiglio è di costruirsi competenze trasversali: capire bene sia la parte tecnica che quella economico-finanziaria. L’asset management, in particolare, ti dà una visione completa di come funziona davvero un impianto e di cosa serve per farlo rendere nel tempo. È un ambito dinamico, concreto, dove si lavora su problemi veri e dove si cresce in fretta, soprattutto se si ha un approccio pratico e orientato ai risultati.

“Non c’è alternativa alla transizione ecologica, cioè alla decarbonizzazione del nostro modello di produzione e conseguentemente di consumo. Non abbiamo alternativa”.

Il nuovo libro di Antonio Pergolizzi si apre con questa affermazione, eliminando ogni incertezza sulla direzione da seguire. Tuttavia, questo percorso è stato intrapreso con grande difficoltà, tra esitazioni e ripensamenti, e viene ciclicamente messo in discussione. Le contraddizioni che emergono lungo il cammino sono numerose, ed è proprio su queste che si concentra il cuore della narrazione. Abbiamo incontrato l’autore per approfondire queste tematiche.

 

  • Il titolo del suo libro parla di “contraddizioni” dell’economia circolare: quali sono le più evidenti che oggi minacciano la sua credibilità e applicazione?

Ce ne sono tante, la più importate mi pare sia la convinzione dogmatica che bastino le solite ricette liberiste: più mercato, più investimenti e più tecnologia. Dal mio puto di vista, sebbene questi tre elementi siano ingredienti imprescindibili per la transizione ecologia, essi non sono comunque sufficienti a sostenere la svolta e, soprattutto, a fare della sostenibilità un driver per garantire maggiore giustizia sociale.

 

  • Spesso l’economia circolare viene descritta come la “panacea” dei problemi ambientali. In che modo questo entusiasmo può diventare controproducente?

Serve sempre avere una visione d’insieme, olistica, partendo dal presupposto che le leggi della termodinamica determinano dei costi socio-ambientali che non si può far finta che non esistano. Per esempio, non basta sostenere la raccolta differenziata e il riciclo – come argomentano convintamente alcuni dei principali protagonisti nella gestione dei rifiuti – , al contrario serve cambiare modelli di produzione e consumo per produrre meno rifiuti, non per riciclarne di più. Questa è un classico bias cognitivo che alimenta una narrazione troppo comoda per chi semplicemente fa impresa con la gestione dei rifiuti.

 

  • Nel libro parla anche di “opportunità”: può raccontarci un esempio concreto in cui un’impresa o un territorio ha saputo trasformare le contraddizioni in valore?

La transizione ecologica è certamente una grande opportunità per la collettività. Basti pensare alla nascita delle comunità energetiche o ai distretti ambientali o alle tante iniziative di osmosi industriali in cui si generare sinergia laddove, in passato, esistevano solo logiche competitive. Il problema di fondo è saper governare le forze economiche che naturalmente spingono dalla propria parte, facendo attenzione affinché il cambio di paradigma non si scarichi solo su alcuni segmenti della società, ovviamente quelli più fragili, per esempio con un aumento dei prezzi al consumo. Per questo serve una regia pubblica in grado di correggere, per esempio, i ricorrenti fallimenti di mercato che possono spingere verso approcci lineari, come sta accadendo anche oggi. Servono policy adeguate per una sfida di portata storica, altrimenti si rischia di produrre il solito modello business as usual, sebbene sotto mentite spoglie.

 

  • Cosa distingue, secondo lei, un approccio realmente sostenibile da uno che è solo “greenwashing”?

Un approccio realmente sostenibile è quello che, partendo dalla complessità e da una esatta valutazione quali/quantitativa di tutti gli elementi coinvolti, riesce a elaborare un modello in grado di avere la minore possibile impronta ecologica, assicurando allo stesso tempi dei benefici collettivi. Al contrario, un approccio classico di greenwashing può avere una infinità di sfumature, per esempio può trarre origine da dati viziati in partenza e considerare nella valutazione solo gli elementi a proprio favore, escludendo il resto. Non basta avere un’auto elettrica, per esempio, se poi questa è alimentata da energia prodotta da fonti fossili e se la sua stessa fabbricazione ha avuto poca attenzione al ciclo di vita dei materiali impiagati.

 

  • Quali sono gli attori (pubblici o privati) che oggi hanno maggiore responsabilità nel guidare la transizione verso un’economia circolare autentica?

Dal lato pubblico, sicuramente il ministero dell’Ambiente e per la sicurezza energetica (MASE), quindi il governo, insieme alle Regioni e agli enti pubblici locali, importantissimi nell’adottare pratiche e politiche di incentivo alla sostenibilità. Dal lato privato, sicuramente le aziende e le loro rappresentanza associative possono svolgere un ruolo importante nella spinta verso politiche green. Senza dimenticare i consorzi nell’ambito dei rispettivi schemi di responsabilità estesa del produttore, anch’essi determinanti nell’impiegare le risorse pubbliche a sostegno di politiche concretamente sostenibili.

 

  • Il concetto di economia circolare richiede anche un cambiamento culturale. Quali sono, secondo lei, gli ostacoli più grandi a livello di mentalità o abitudini?

Cambiare è sempre faticoso, soprattutto quando non è chiara la meta finale. Oggi, purtroppo, c’è troppa comunicazione e poca informazione. La bulimia informativa nei fatti lascia il singolo in balia di uno storytelling che sviluppa poco senso critico. Sarebbe utile spiegare, invece, quali sono i conflitti in campo e qual è, caso per caso, la vera posta in gioco. Dinnanzi a tale complessità si è drammaticamente ristretto lo spazio per una visione consapevole da parte della gran parte dei cittadini.

 

  • Se dovesse sintetizzare in un consiglio pratico cosa può fare oggi un cittadino per contribuire a questa rivoluzione sostenibile, cosa direbbe?

Informarsi seriamente, usare sempre un approccio aperto e critico e partecipare alle decisioni pubbliche. Al proprio impegno privato deve affiancarsi un analogo impegno civico. La transizione ecologica per essere veramente democratica ha bisogno di trasparenza, consapevolezza e partecipazione. Solo in questo modo può raggiungere, cioè quando fatta bene, il punto più alto della democrazia.

 

Il mercato del cloud in Europa sta vivendo una fase di rapida espansione, con un numero sempre maggiore di aziende che scelgono di migrare verso soluzioni basate sul cloud. Questo trend è alimentato dalla necessità di maggiore flessibilità, scalabilità e riduzione dei costi operativi.

I cloud service provider stanno giocando un ruolo cruciale in questa trasformazione, offrendo servizi avanzati che aiutano le aziende a innovare e competere a livello globale. La loro importanza è destinata a crescere, spingendo l’Europa a diventare un importante hub tecnologico.

 

Dominio dei Provider Statunitensi

Nel panorama europeo del cloud computing, AWS, Microsoft Azure e Google Cloud si distinguono per la loro predominanza, coprendo circa il 70% del mercato. Questa posizione dominante è il risultato di enormi investimenti in infrastrutture e tecnologie avanzate, che offrono prestazioni e scalabilità eccezionali. La loro presenza globale e il vasto ecosistema di servizi li rendono partner attraenti per molte aziende.

L’impatto di questo dominio sul mercato europeo è significativo. Molte imprese europee si affidano a questi provider per la loro capacità di offrire soluzioni affidabili e all’avanguardia. Tuttavia, questa dipendenza solleva preoccupazioni riguardo alla sovranità digitale e alla sicurezza dei dati. Le autorità europee stanno cercando di bilanciare l’innovazione con la protezione dei dati e la competitività locale.

La sfida per i provider europei è competere con questi giganti, offrendo soluzioni personalizzate e rispettando le normative locali. Questo scenario stimola l’innovazione e la collaborazione tra i provider locali per rafforzare la loro posizione nel mercato globale del cloud.

 

Providers europei più solidi

Ecco un elenco dei cloud provider europei più solidi, con focus su affidabilità, innovazione, compliance e crescita:

 

OVHcloud: un Leader Europeo

Fondato nel 1999 da Octave Klaba, OVHcloud ha iniziato il suo viaggio come una piccola impresa familiare in Francia. Oggi, è riconosciuto come uno dei principali provider di cloud in Europa, grazie alla sua crescita costante e alla sua capacità di innovare.

OVHcloud si distingue per la sua infrastruttura tecnologica avanzata, che include oltre 400.000 server distribuiti in data center in tutto il mondo. Questa vasta rete consente all’azienda di offrire soluzioni cloud scalabili e affidabili. Trai suoi punti di forza troviamo: prezzi competitivi, data center in UE, GDPR-native, certificazioni ISO/ENISA. Un altro punto di forza è il suo impegno per la sostenibilità, con l’adozione di tecnologie ecocompatibili e l’ottimizzazione del consumo energetico.

In termini di innovazione, OVHcloud ha sviluppato una gamma variegata di servizi, dalle soluzioni di hosting ai servizi di intelligenza artificiale, mantenendo sempre un forte focus sulla sicurezza dei dati e sulla conformità normativa. Questo approccio ha rafforzato la sua posizione come leader nel mercato europeo, offrendo un’alternativa solida ai colossi americani del cloud.

 

Deutsche Telekom/T-Systems

Nel panorama dei provider cloud europei, Deutsche Telekom gioca un ruolo cruciale attraverso la sua affiliata T-Systems. Questa divisione si concentra principalmente su soluzioni cloud e servizi IT, posizionandosi come un attore chiave nel mercato europeo. T-Systems offre una vasta gamma di servizi, che vanno dall’infrastruttura cloud alla gestione dei dati, supportando aziende di varie dimensioni e settori.  Tra i punti di forza possiamo distinguere security, compliance e legame con il settore industriale.

Una delle strategie di successo di T-Systems è la sua capacità di stabilire partnership significative che ampliano la sua portata e migliorano le sue offerte. Ad esempio, la collaborazione con Microsoft ha permesso a T-Systems di integrare soluzioni cloud ibride, potenziando così la sua offerta di servizi. Inoltre, le iniziative congiunte con SAP hanno facilitato l’adozione di soluzioni di trasformazione digitale per molte imprese europee. Continuando a espandere le sue partnership e a migliorare le sue competenze, T-Systems rimane un pilastro del cloud computing in Europa.

 

Aruba Cloud (Italia)

Aruba si sta rapidamente affermando come un contendente emergente nel panorama europeo dei provider cloud. La sua crescita è stata sostenuta da investimenti strategici in infrastrutture e tecnologie avanzate, che le hanno permesso di espandere la sua offerta di servizi cloud.

Negli ultimi anni, Aruba ha ampliato il suo portafoglio con soluzioni che spaziano dal cloud pubblico a quello privato, fino a servizi di data center all’avanguardia. Questo ha attratto una clientela diversificata, dalla piccola media impresa fino alle grandi corporazioni, rafforzando ulteriormente la sua posizione nel mercato.

Guardando al futuro, Aruba ha piani ambiziosi per espandere ulteriormente la sua presenza. L’azienda intende incrementare il numero di data center in Europa e migliorare l’interconnessione tra le sue strutture, per offrire servizi sempre più efficienti e sicuri.

 

SAP: innovazione e Soluzioni Cloud

SAP è un nome di spicco nel campo del software aziendale, e le sue soluzioni cloud non fanno eccezione. Con SAP Cloud Platform e SAP S/4HANA Cloud, l’azienda offre strumenti potenti per la gestione di dati e processi aziendali. Queste soluzioni sono progettate per aiutare le aziende a diventare più agili, migliorando l’efficienza operativa e facilitando l’innovazione.

Negli ultimi anni, SAP ha introdotto innovazioni significative nel settore cloud. L’integrazione di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico ha potenziato le capacità delle loro piattaforme. Queste innovazioni consentono alle imprese di ottenere approfondimenti più dettagliati dai dati, migliorando la presa di decisioni.

SAP ha inoltre stretto collaborazioni strategiche per espandere la sua offerta cloud. Partner chiave come Microsoft e Google hanno permesso a SAP di integrare le proprie soluzioni con altre piattaforme leader, offrendo una maggiore flessibilità ai clienti. Queste collaborazioni non solo ampliano l’ecosistema di SAP, ma rafforzano anche la sua posizione come leader nel contesto europeo del cloud computing.

 

Telecom Italia e il Cloud

Telecom Italia, attraverso la sua divisione TIM, sta compiendo passi significativi nel settore del cloud. Una delle principali iniziative include il potenziamento delle infrastrutture cloud per fornire soluzioni avanzate a imprese e pubbliche amministrazioni. Con servizi che spaziano dal cloud computing alla gestione dei dati, TIM mira a diventare un punto di riferimento per le aziende italiane che cercano di modernizzare le loro operazioni.

Questa strategia ha un impatto sostanziale sul mercato italiano, contribuendo a colmare il divario tecnologico tra le piccole e medie imprese e le grandi corporation. L’espansione dei servizi cloud di Telecom Italia non solo stimola la competitività locale, ma favorisce anche l’innovazione, offrendo alle aziende strumenti per migliorare l’efficienza e ridurre i costi. Inoltre, l’attenzione alla sicurezza dei dati si traduce in una maggiore fiducia da parte degli utenti finali, rafforzando la posizione di Telecom Italia nel panorama tecnologico nazionale.

 

Orange Business (Orange Cloud for Business)

Orange Business è un fornitore europeo di servizi cloud che offre soluzioni avanzate per la trasformazione digitale delle aziende. La sua piattaforma Orange Cloud for Business fornisce servizi di cloud computing, sicurezza e gestione multi-cloud, con un forte focus sulla sovranità dei dati e la conformità alle normative europee.

Recentemente, Orange Business ha rafforzato la sua collaborazione con NVIDIA per offrire soluzioni di AI sovrana in Europa, migliorando la velocità e la sicurezza delle applicazioni cloud. Inoltre, ha presentato nuove innovazioni durante VivaTech 2025, dimostrando il suo impegno nella co-innovazione e nella digitalizzazione

 

Tensioni Transatlantiche e Sovranità Digitale

Le tensioni geopolitiche tra Europa e Stati Uniti hanno messo in luce la vulnerabilità dell’Europa nel settore del cloud computing. Con i principali provider americani che dominano il mercato, i rischi legati alla dipendenza tecnologica sono diventati evidenti. Queste tensioni hanno stimolato un dibattito sull’importanza della sovranità digitale, spingendo i governi europei a cercare soluzioni per proteggere i propri dati e infrastrutture.

In risposta, diverse iniziative sono state avviate per rafforzare la sovranità digitale dell’Europa. Progetti come GAIA-X mirano a creare un’infrastruttura di dati comune europea che possa garantire maggiore controllo e sicurezza. Queste iniziative non solo cercano di ridurre la dipendenza dai provider statunitensi, ma offrono anche una piattaforma per l’innovazione e la collaborazione tra aziende europee.

Tuttavia, i provider europei affrontano sfide significative. La concorrenza con giganti del settore richiede ingenti investimenti in tecnologia e risorse umane. Nonostante ciò, ci sono opportunità per i provider europei di distinguersi attraverso un maggiore focus su sicurezza e privacy, settori in cui l’Europa ha sempre avuto un forte impegno.

I giganti americani restano leader incontrastati, ma l’Europa sta costruendo un ecosistema cloud più autonomo, sicuro e sostenibile, sostenuto da una regolamentazione ambiziosa e da una domanda crescente di alternative sovrane.

 

Norme e regolamenti UE per un cloud europeo sicuro e sovrano

L’Unione Europea sta implementando un ampio pacchetto di strumenti legislativi e normativi per rafforzare l’autonomia digitale del continente nel settore cloud. Tra questi figurano:

  • Data Act: introduce regole per l’accesso e il trasferimento dei dati, favorendo la concorrenza e riducendo il lock-in tecnologico tra i fornitori cloud.
  • Digital Markets Act (DM Act): regola le grandi piattaforme digitali per garantire un mercato più equo e competitivo.
  • Certificazioni cloud: l’UE sta lavorando su standard di certificazione per garantire sicurezza e conformità normativa nei servizi cloud.
  • Incentivi per il cloud switching: nuove normative facilitano la migrazione tra fornitori cloud, riducendo i costi e migliorando la flessibilità per le aziende.

L’obiettivo è creare un ecosistema cloud competitivo, trasparente, interoperabile e conforme al GDPR, promuovendo la sovranità tecnologica europea.

 

Prospettive future: verso un ecosistema cloud più sovrano, green e competitivo

Nei prossimi anni, il mercato europeo del cloud sarà al centro di profonde trasformazioni. Da un lato, la domanda di soluzioni cloud scalabili, sicure e conformi al GDPR continuerà a crescere, trainata dalla digitalizzazione delle PMI, dall’adozione dell’IA e dalla transizione verso infrastrutture ibride. Dall’altro, l’Europa intende ridurre la dipendenza dai provider extra-UE attraverso investimenti strategici, regolamentazioni più stringenti e l’evoluzione di progetti come Gaia‑X e i cloud sovrani nazionali. I provider europei avranno nuove opportunità nei settori pubblici, nella cybersecurity e nel green cloud, mentre i grandi hyperscaler globali dovranno adattarsi alle nuove regole e aspettative locali. Il futuro sarà segnato da cooperazione, specializzazione e maggiore attenzione alla sovranità digitale.