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impianto fotovoltaico - Raptech

Per un decennio il fotovoltaico europeo ha fatto una cosa sola: crescere. Ogni anno più del precedente, ogni previsione sistematicamente superata dai dati reali. Nel 2025 questa traiettoria si è interrotta.

Secondo l’EU Solar Market Outlook 2025–2030 di SolarPower Europe, il mercato europeo ha registrato nel 2025 la prima contrazione annuale degli ultimi dieci anni, con 65,1 GW installati — una riduzione dello 0,7% rispetto al 2024. Non è un dato drammatico in sé. È il segnale di qualcosa di strutturale.

Troppo sole nelle ore sbagliate

Il problema non è che si installa poco fotovoltaico. È che quello già installato vale sempre meno nelle ore in cui produce di più.

Il report documenta un fenomeno che si sta acuendo rapidamente: il cosiddetto effetto cannibalizzazione. Quando abbondante produzione solare si concentra nelle ore centrali della giornata con bassa domanda, i prezzi all’ingrosso crollano — talvolta fino a zero o in territorio negativo. Il risultato è che il prezzo catturato dal solare si riduce strutturalmente rispetto alla media di mercato.

I dati parlano chiaro. Tra gennaio e settembre 2025, il capture rate medio è sceso al 58% in Germania e al 52% in Spagna, rispetto al 67% e 63% dell’anno precedente. Il calo più acuto si è registrato tra aprile e maggio: in Germania il capture rate è passato da oltre il 50% di marzo al 33% di maggio; in Spagna da 49% a 18% nello stesso arco. Dal report sull’EU Battery Storage Market Review 2025, emerge che nel 2025 le ore con prezzi negativi in Europa hanno raggiunto un nuovo massimo storico al 3,4% del tempo — circa 310 ore complessive, quasi due settimane consecutive.

Questi non sono numeri astratti. Per un impianto utility-scale con PPA indicizzato al mercato, un capture rate al 52% significa che il prezzo effettivamente incassato è circa la metà del prezzo medio orario dell’anno. La differenza tra le due grandezze è la misura esatta di quanto valore viene eroso ogni primavera.

 

Il mercato che si aspettava di non fare i conti con la flessibilità

Per anni il fotovoltaico ha prosperato in un sistema pensato per la generazione programmabile. Le reti erano dimensionate per centrali a gas, non per decine di GW che producono tutti insieme a mezzogiorno. Il risultato è che più solare entra nel sistema senza che il sistema si adatti — storage, demand response, grid digitalizzazione — più il valore di ogni nuovo kWh solare si comprime.

SolarPower Europe descrive questa dinamica come il nodo centrale del prossimo quinquennio. Lo scenario mediano dell’outlook prevede ulteriori contrazioni nel 2026 e nel 2027, seguite da una lenta ripresa che riporterebbe le installazioni annue a circa 67 GW entro il 2030. Nello scenario più probabile, l’Europa non raggiungerà il target di 750 GW cumulativi entro il 2030, fermandosi a 718 GW — 32 GW sotto l’obiettivo. Solo lo scenario alto, che richiede un’accelerazione decisiva su storage e flessibilità, è compatibile con i target europei.

 

L’Italia in controtendenza sulle aste, ma con gli stessi vincoli strutturali

In questo contesto, l’Italia presenta una dinamica particolare. Nel 2025 ha perso il terzo posto nel ranking europeo per installazioni annue, superata dalla Francia, con 5,2 GW installati contro i 6,7 GW transalpini. Il calo è concentrato sul segmento rooftop residenziale e commerciale, penalizzato dall’esaurimento del Superbonus. Il segmento utility-scale mostra invece segni opposti: grazie al meccanismo FER X Transitorio, l’Italia ha aggiudicato nel 2025 un volume record di 10,8 GW in aste — il dato più alto mai registrato in Europa in un singolo anno da un singolo paese secondo il report Auctions and Corporate PPAs Market Review 2025 — e punta a raggiungere 80 GW cumulativi entro il 2030.

Ma le aste assegnano capacità, non la mettono in rete. I colli di bottiglia strutturali — saturazione della rete, tempi autorizzativi, congestione locale — rimangono i fattori che determinano la distanza tra pipeline e installato effettivo.

 

Cosa cambia per chi gestisce impianti oggi

Questo scenario ridefinisce le priorità di chi possiede o gestisce asset fotovoltaici esistenti, non solo di chi ne sviluppa di nuovi.

In un mercato espansivo, la qualità della gestione era un fattore secondario: l’impianto produceva, il prezzo era sostenuto, il ricavo arrivava. In un mercato dove il capture rate si comprime strutturalmente, dove il prezzo varia ora per ora e zona per zona, dove i PPA devono essere confrontati con l’andamento reale del mercato, la capacità di misurare con precisione cosa succede all’impianto — e quando — diventa una leva economica diretta.

Il report di SolarPower Europe lo sintetizza in un passaggio che vale la pena tenere a mente: la flessibilità non è solo una questione di storage fisico. È la capacità del sistema — e di chi lo gestisce — di sapere esattamente quando e quanto l’asset sta producendo, e di confrontarlo con il contesto di mercato in cui quella produzione viene valorizzata.

Il fotovoltaico europeo non è in crisi. Sta crescendo di maturità. E la maturità richiede strumenti diversi dall’entusiasmo.

 

Fonti: SolarPower Europe, EU Solar Market Outlook 2025–2030; EU Battery Storage Market Review 2025; Auctions and Corporate PPAs Market Review 2025.

KEY 2026 - Raptech

La transizione energetica non è più soltanto un obiettivo politico o una prospettiva di lungo periodo. È ormai un processo industriale in piena accelerazione, fatto di investimenti, tecnologie e modelli di business che stanno ridisegnando il sistema energetico globale.

La dimostrazione concreta arriva da KEY – The Energy Transition Expo, la manifestazione organizzata da Italian Exhibition Group alla Fiera di Rimini, che anche nell’edizione 2026 ha confermato il suo ruolo di hub europeo per le energie rinnovabili e l’innovazione energetica.

Dal 4 al 6 marzo 2026, per tre giorni Rimini è diventata il punto di incontro di aziende, istituzioni, investitori e professionisti dell’energia. E i numeri dell’evento raccontano chiaramente l’energia del settore: presenze totali in crescita del 10% rispetto al 2025 e partecipazione internazionale in aumento del 9%, segno di un interesse sempre più globale verso le tecnologie per la decarbonizzazione.

Con questo obiettivo, il team di Raptech ha visitato KEY – The Energy Transition Expo 2026, in quanto la fiera rappresenta ogni anno un’importante occasione di confronto per operatori, sviluppatori, produttori di tecnologia e professionisti del settore energetico.

La visita è stata un’occasione preziosa di confronto diretto con clienti, partner e operatori del settore, permettendo di rafforzare relazioni, condividere esperienze e discutere le principali sfide e opportunità del mercato.

Un successo che consolida KEY come uno dei principali appuntamenti europei dedicati alla transizione energetica.

 

Un ecosistema internazionale dell’energia

L’edizione 2026 ha confermato la dimensione internazionale della fiera. Nei 24 padiglioni del quartiere fieristico di Rimini, su circa 125.000 metri quadrati di superficie espositiva, hanno trovato spazio oltre 1.000 brand espositori, di cui circa 320 internazionali.

Alla manifestazione hanno partecipato inoltre 530 hosted buyer e delegazioni provenienti da 59 Paesi, contribuendo a rafforzare il ruolo della fiera come piattaforma globale per il networking e lo sviluppo di partnership industriali.

Non si tratta solo di numeri: la varietà geografica dei partecipanti dimostra come la transizione energetica sia diventata una sfida condivisa su scala mondiale. Aziende europee, asiatiche e americane hanno portato a Rimini tecnologie, soluzioni e progetti che coprono l’intero spettro delle rinnovabili e delle infrastrutture energetiche.

In parallelo, la manifestazione ha ospitato circa 160 eventi tra conferenze, workshop e incontri tecnici, che hanno trasformato la fiera in una vera piattaforma di confronto tra industria, ricerca e istituzioni.

 

Le tecnologie protagoniste: dal solare all’idrogeno

KEY è da anni organizzata attorno a diversi “pilastri tecnologici” della transizione energetica, e anche l’edizione 2026 ha confermato questa struttura.

Tra i settori più rappresentati:

  • energia solare fotovoltaica
  • energia eolica
  • idrogeno e power-to-gas
  • efficienza energetica
  • sistemi di accumulo (energy storage)
  • mobilità elettrica
  • Sustainable City e infrastrutture urbane sostenibili

Il fotovoltaico resta uno dei comparti più dinamici, trainato dalla continua riduzione dei costi e dall’aumento dell’efficienza dei moduli. Molte aziende hanno presentato nuove soluzioni integrate per impianti industriali, grandi parchi solari e sistemi residenziali.

Accanto al solare, cresce l’attenzione verso le tecnologie di accumulo energetico, fondamentali per stabilizzare le reti elettriche sempre più alimentate da fonti rinnovabili non programmabili.

Un altro tema centrale è stato l’idrogeno verde, considerato una delle leve strategiche per decarbonizzare settori difficili da elettrificare come industria pesante e trasporti marittimi.

 

Il ruolo chiave dell’efficienza energetica

Se le rinnovabili rappresentano il cuore della transizione energetica, l’efficienza energetica resta il suo primo motore.

Molti incontri e tavole rotonde hanno evidenziato come l’ottimizzazione dei consumi energetici sia la soluzione più immediata per ridurre emissioni e costi. Tecnologie digitali, sensori, piattaforme di gestione energetica e sistemi di monitoraggio stanno diventando strumenti sempre più diffusi nelle aziende.

In questo scenario, l’integrazione tra energia, digitale e industria è uno dei trend più evidenti: il futuro dell’energia passa infatti attraverso reti intelligenti, sistemi di gestione dei dati e piattaforme digitali per l’ottimizzazione dei consumi.

 

PPA e nuovi modelli di finanziamento

Un altro tema centrale emerso durante KEY riguarda i Power Purchase Agreement (PPA), ovvero i contratti a lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile tra produttori e aziende energivore.

Questi strumenti stanno assumendo un ruolo sempre più importante per due motivi:

  1. garantire prezzi energetici stabili alle imprese
  2. rendere finanziabili nuovi impianti rinnovabili

Il crescente interesse verso i PPA è legato anche alla volatilità dei mercati energetici degli ultimi anni. Per molte aziende industriali, assicurarsi forniture energetiche a lungo termine da fonti rinnovabili significa ridurre il rischio economico e migliorare il proprio profilo di sostenibilità.

 

Energia e geopolitica

L’edizione 2026 di KEY si è svolta in un contesto internazionale ancora segnato da tensioni geopolitiche e da un mercato energetico in continua evoluzione.

Proprio per questo, il tema della sicurezza energetica è stato centrale nel dibattito politico e industriale. Durante l’inaugurazione della fiera, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha sottolineato l’importanza di accelerare lo sviluppo delle rinnovabili non solo per ragioni ambientali ma anche strategiche.

Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati significa infatti aumentare l’autonomia energetica dei Paesi europei e rendere i sistemi energetici più resilienti.

 

Il ruolo delle città nella transizione energetica

Un’altra area sempre più rilevante è quella dedicata alle Sustainable City, ovvero le città sostenibili.

La decarbonizzazione non riguarda soltanto la produzione di energia, ma anche il modo in cui questa viene utilizzata negli spazi urbani. Tra i temi affrontati:

  • elettrificazione dei trasporti;
  • infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici;
  • reti energetiche urbane intelligenti;
  • integrazione tra edifici e produzione energetica.

Le città sono infatti responsabili di una parte significativa dei consumi energetici globali e rappresentano uno dei principali laboratori di innovazione per la transizione energetica.

 

Un mercato in forte crescita

Il successo di KEY riflette una tendenza più ampia: il mercato globale delle energie rinnovabili sta vivendo una fase di espansione senza precedenti.

Secondo molte analisi di settore, gli investimenti nelle tecnologie per la transizione energetica continueranno a crescere nei prossimi anni, spinti da tre fattori principali:

  1. obiettivi climatici sempre più stringenti
  2. riduzione dei costi delle tecnologie rinnovabili
  3. crescente domanda di energia sostenibile da parte delle imprese

In questo contesto, eventi come KEY diventano sempre più importanti come luoghi di incontro tra industria, istituzioni e innovazione.

 

KEY come piattaforma per il futuro dell’energia

Dalla crescita delle presenze alla varietà delle tecnologie presentate, l’edizione 2026 di KEY conferma che la transizione energetica è ormai un processo industriale in piena maturazione.

La fiera non è solo una vetrina tecnologica, ma anche un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni in atto nel sistema energetico globale.

Dalle rinnovabili all’idrogeno, dall’efficienza energetica alle smart city, i temi affrontati a Rimini delineano un futuro in cui energia, digitale e sostenibilità saranno sempre più interconnessi.

Il prossimo appuntamento è già fissato: la prossima edizione di KEY tornerà a Rimini nel marzo 2027, con l’obiettivo di continuare a mettere in dialogo imprese, istituzioni e innovatori per accelerare la transizione verso un sistema energetico più sostenibile.

E se i numeri di quest’anno sono un indicatore affidabile, la trasformazione del settore energetico è destinata a procedere a ritmo sempre più rapido.

 

fotovoltaico

Fotovoltaico: il contesto globale nel 2026

Dopo anni di crescita esponenziale, il mercato fotovoltaico globale sta entrando in una fase di consolidamento e trasformazione. Secondo analisi di settore, la crescita delle installazioni annuali sta rallentando rispetto all’ultimo decennio, segno di un mercato che passa dal boom quantitativo verso una selezione qualitativa dei progetti e delle tecnologie.

Le principali dinamiche globali per il 2026:

  • Rallentamento del ritmo di crescita delle installazioni in alcuni grandi mercati, a causa di cambiamenti nelle politiche incentivanti e nelle aste competitive (es. Cina e Stati Uniti).
  • Riduzione delle sovracapacità produttive e aumento dei prezzi dei moduli a causa di pressioni sui costi delle materie prime e politiche commerciali.
  • Tuttavia, il fotovoltaico rimane la tecnologia chiave per la transizione energetica, con prospettive di crescita costante almeno fino al 2030 e oltre.

Il mercato globale è quindi in una fase di maturazione strutturale: non più solo incremento di volumi ma attenzione alla qualità degli impianti, all’integrazione con sistemi di accumulo e alla gestione intelligente dell’energia.

 

Il fotovoltaico in Europa nel 2026

In Europa, il fotovoltaico continua a giocare un ruolo centrale nella decarbonizzazione del sistema elettrico. La capacità solare installata nell’Unione Europea raggiungerà livelli significativi nel 2026, con stime complessive che indicano una potenza cumulata in forte crescita rispetto al 2025.

Nonostante ciò, il mercato europeo mostra segnali di stabilizzazione e selettività: mentre il ritmo di installazione non cresce più ai livelli record degli anni passati, le opportunità si spostano verso:

  • Integrazione con accumulo e gestione della domanda: sistemi fotovoltaici residenziali che incorporano batterie e gestione intelligente (smart PV + storage), con collegamento anche ai veicoli elettrici.
  • Contratti di fornitura a lungo termine (PPA) e mercati corporate: sempre più aziende europee stipulano PPA per garantire energia rinnovabile a prezzi stabili nel lungo periodo, trainando progetti di scala commerciale.

A livello normativo, l’Unione Europea prosegue nei piani legati al Green Deal e alle strategie REPowerEU, che favoriscono l’espansione delle rinnovabili e promuovono semplificazioni burocratiche per la realizzazione di impianti fotovoltaici.

 

La situazione in Italia: crescita e nuove sfide

In Italia, il 2025 si è chiuso con oltre 43,5 GW di capacità fotovoltaica installata, con circa 6,44 GW di nuove connessioni annuali.

Tuttavia, rispetto ai grandi numeri degli anni passati, questo rappresenta un rallentamento (-5% YoY) principalmente dovuto alla contrazione delle installazioni nei segmenti residenziale e commerciale.

Punti chiave del mercato italiano nel 2026:

  • Crescita dei grandi impianti utility-scale: mentre le piccole installazioni rallentano, i progetti su larga scala registrano aumenti significativi, riflettendo l’effetto delle aste FER-X e delle autorizzazioni già rilasciate.
  • Espansione dell’agrivoltaico: progetti integrati con attività agricole stanno diventando più rilevanti, con bandi e incentivi che ne favoriscono la diffusione. (si veda anche il Bando Parco Agrisolare 2026).
  • Incentivi e detrazioni fiscali per l’autoconsumo: le misure per favorire il fotovoltaico domestico e aziendale (bonus fiscali, detrazioni) continueranno a sostenere il mercato.

Nonostante il rallentamento territoriale, l’Italia rimane tra i mercati più importanti in Europa grazie alla radiazione solare favorevole, alla crescente domanda di energia rinnovabile e agli sforzi normativi in corso.

 

Tendenze tecnologiche nel fotovoltaico del 2026

Il settore non vive solo di numeri installati: il 2026 si preannuncia come un anno di forti innovazioni tecnologiche.

1 Miglioramenti nei moduli fotovoltaici. I progressi più evidenti riguardano:

  • Moduli ad alta efficienza: moduli in silicio con efficienze superiori al 23 %, pannelli bifacciali e tecnologie TOPCon/HJT per massimizzare l’output energetico.
  • Estetica e design: pannelli “full black” sempre più diffusi per l’integrazione architettonica in contesti urbani e residenziali.
  • Stabilità dei prezzi e supply chain: dopo anni di prezzi in calo, nel 2026 è prevista una fase di stabilizzazione o lieve aumento dei prezzi dei moduli in risposta alle dinamiche del mercato globale.

 

2 Fotovoltaico avanzato: perovskiti e tandem. Tra le novità più attese:

  • Perovskite-silicio tandem: tecnologie in grado di superare i limiti di efficienza dei moduli tradizionali, con potenziali rendimenti superiori al 30 %, stanno progressivamente avvicinandosi alla fase di commercializzazione su scala industriale nel corso del 2026.
  • Riduzione materiali critici: ricerca focalizzata sulla riduzione dell’uso di materiali costosi come l’argento, introducendo alternative più sostenibili.

Queste innovazioni rappresentano un potenziale salto tecnologico che potrebbe ridefinire l’efficienza dei pannelli e la competitività del fotovoltaico nei segmenti residenziale, commerciale e utility.

 

  1. Sistemi intelligenti e integrazione energetica

Il mercato europeo vede una crescente domanda di sistemi fotovoltaici “intelligenti”, ovvero:

  • Soluzioni integrate con accumulo di energia (batterie)
  • Gestione dinamica dei consumi grazie a sistemi IoT e AI
  • Integrazione con veicoli elettrici e smart grid

Questa evoluzione consente di massimizzare l’autoconsumo e di sincronizzare produzione e domanda in modo più efficiente, soprattutto nei contesti residenziali e commerciali.

 

Le prospettive per l’Italia e per l’Europa nel 2026 e oltre

Guardando al 2026 e agli anni successivi, il fotovoltaico in Italia e in Europa si avvia verso una fase di piena maturità industriale, in cui la crescita non sarà più guidata esclusivamente dall’aumento delle installazioni, ma dalla qualità dei progetti, dall’integrazione tecnologica e dalla capacità del sistema energetico di assorbire e gestire la produzione rinnovabile.

A livello europeo, le politiche comunitarie continueranno a sostenere il solare come pilastro della transizione energetica. Il quadro normativo delineato dal Green Deal e dai pacchetti Fit for 55 e REPowerEU spinge verso una decarbonizzazione strutturale, con obiettivi sempre più stringenti sulle emissioni e una progressiva riduzione della dipendenza dalle fonti fossili. In questo contesto, il fotovoltaico non è più solo una tecnologia incentivata, ma una soluzione economicamente competitiva, capace di attrarre investimenti privati e capitali istituzionali.

Tuttavia, il vero banco di prova sarà la gestione del sistema elettrico. Con l’aumento della quota di energia solare nel mix energetico, emergeranno con maggiore evidenza le criticità legate alla flessibilità della rete, al bilanciamento tra produzione e consumo e alla necessità di infrastrutture adeguate. Per questo motivo, nei prossimi anni crescerà l’importanza di:

  • sistemi di accumulo su larga scala e distribuiti,
  • reti intelligenti (smart grid),
  • strumenti di demand response e gestione digitale dei flussi energetici.

In Italia, queste dinamiche saranno ancora più marcate. Il Paese presenta condizioni particolarmente favorevoli per il fotovoltaico – irraggiamento solare elevato, ampia disponibilità di superfici industriali e agricole, forte domanda di energia – ma deve fare i conti con criticità strutturali, come la complessità autorizzativa e la lentezza di alcuni iter burocratici. Nel medio periodo, la capacità di semplificare i processi, accelerare le connessioni alla rete e rendere più prevedibile il quadro regolatorio sarà determinante per sostenere la crescita del settore.

Parallelamente, si rafforzerà il ruolo di modelli alternativi di sviluppo, come:

  • grandi impianti utility-scale, spesso supportati da PPA a lungo termine,
  • agrivoltaico avanzato, che consente di coniugare produzione energetica e attività agricole,
  • autoconsumo collettivo e comunità energetiche, destinate a diventare un elemento chiave soprattutto nei contesti urbani e industriali.

Nel periodo post-2026, il fotovoltaico tenderà quindi a integrarsi sempre più con altri settori: mobilità elettrica, edilizia sostenibile, industria energivora e sistemi di accumulo. La tecnologia solare smetterà definitivamente di essere percepita come una soluzione “aggiuntiva” e diventerà una infrastruttura energetica di base, centrale per la competitività economica e per la sicurezza energetica europea.

Il 2026 si presenta quindi come un punto di svolta nel percorso del fotovoltaico: meno boom quantitativo, più qualità, innovazione e sostenibilità. La transizione energetica europea e italiana si basa sempre più su un mix di politiche pubbliche, mercato privato, tecnologie avanzate e approcci intelligenti alla gestione dell’energia.

In vista dell’evento KEY – The Energy Transition Expo a Rimini, questi trend rappresentano una fotografia dettagliata del settore: un mercato maturo, sfidante ma ricco di opportunità, con tecnologie all’avanguardia e una centralità crescente nel sistema energetico europeo.

 

interoperabilità - raptech

Negli ultimi anni il settore fotovoltaico ha conosciuto una crescita rapida, trainata dall’innovazione tecnologica, dalla riduzione dei costi dei componenti e da una sempre maggiore attenzione alla sostenibilità energetica. Tuttavia, con l’aumento della complessità degli impianti e della varietà di soluzioni disponibili, emerge una sfida fondamentale: l’interoperabilità delle tecnologie utilizzate lungo l’intero ciclo di vita di un impianto fotovoltaico.

Parlare di interoperabilità significa affrontare il tema della capacità di sistemi, dispositivi e software diversi di comunicare tra loro in modo efficace, condividendo dati e informazioni senza barriere. In ambito fotovoltaico, questo aspetto è oggi determinante per migliorare le performance energetiche, ottimizzare i processi di lavoro e garantire una gestione più efficiente e sostenibile degli impianti.

 

Cos’è l’interoperabilità nel fotovoltaico

Nel contesto degli impianti fotovoltaici, l’interoperabilità riguarda l’integrazione tra tecnologie eterogenee: moduli solari, inverter, sistemi di accumulo, sensori, piattaforme di monitoraggio, software di progettazione e strumenti di manutenzione. Spesso questi elementi provengono da produttori diversi e utilizzano protocolli di comunicazione differenti.

Un sistema interoperabile consente a tutti questi componenti di “parlare la stessa lingua”, o quantomeno di tradurre correttamente le informazioni scambiate. Ciò permette di raccogliere dati in tempo reale, analizzarli in modo centralizzato e trasformarli in decisioni operative più rapide ed efficaci.

 

Perché l’interoperabilità è diventata strategica

L’interoperabilità è diventata strategica nel settore fotovoltaico perché il contesto tecnologico, normativo ed economico è profondamente cambiato rispetto al passato. Oggi un impianto non è più un semplice insieme di pannelli e inverter, ma un sistema complesso, digitale e connesso, che deve dialogare con molteplici tecnologie e attori.

  1. Aumento della complessità degli impianti

Gli impianti fotovoltaici moderni integrano sempre più componenti:

  • sistemi di accumulo,
  • colonnine di ricarica per veicoli elettrici,
  • sistemi di gestione dell’energia (EMS),
  • sensori IoT,
  • software di monitoraggio e analisi.

Questi elementi provengono spesso da produttori diversi e utilizzano tecnologie differenti. Senza interoperabilità, ogni sistema rimane isolato, rendendo difficile una gestione coordinata. L’interoperabilità diventa quindi strategica per governare la complessità e trasformarla in valore operativo.

  1. Centralità del dato nel settore energetico

Il fotovoltaico è ormai un settore data-driven. Ogni impianto produce grandi quantità di dati: produzione, consumi, stato dei componenti, condizioni ambientali, performance storiche.

Se i sistemi non sono interoperabili:

  • i dati restano frammentati,
  • non sono confrontabili,
  • non supportano decisioni rapide.

Quando invece le tecnologie dialogano tra loro, i dati diventano una risorsa strategica per ottimizzare la produzione, prevedere problemi e migliorare l’efficienza complessiva dell’impianto.

  1. Esigenza di massimizzare le performance e il ROI

Con la riduzione degli incentivi e una maggiore pressione sui margini, oggi è fondamentale estrarre il massimo valore da ogni impianto. L’interoperabilità consente:

  • un controllo più preciso delle prestazioni,
  • una rapida individuazione delle inefficienze,
  • interventi mirati e tempestivi.

Questo si traduce in un aumento della producibilità, una riduzione delle perdite e un miglior ritorno sull’investimento per proprietari e operatori.

  1. Efficienza operativa e riduzione dei costi

Dal punto di vista operativo, la mancanza di interoperabilità comporta:

  • utilizzo di più piattaforme separate,
  • processi manuali,
  • duplicazione dei dati,
  • maggiore probabilità di errore.

Un ecosistema interoperabile semplifica il lavoro di progettisti, installatori e manutentori, riducendo tempi di gestione e costi operativi. Questo è particolarmente strategico per chi gestisce portafogli di impianti o opera su larga scala.

  1. Scalabilità e adattamento nel tempo

Gli impianti fotovoltaici non sono statici: vengono ampliati, aggiornati, riconfigurati. L’interoperabilità è strategica perché consente di:

  • aggiungere nuove tecnologie senza riprogettare tutto,
  • integrare future innovazioni,
  • evitare il lock-in verso un unico fornitore.

In un settore in rapida evoluzione, la flessibilità tecnologica è un vantaggio competitivo determinante.

  1. Integrazione con reti intelligenti e nuovi modelli energetici

Il futuro dell’energia passa da smart grid, comunità energetiche e autoconsumo collettivo. Per partecipare a questi modelli, gli impianti devono essere in grado di scambiare dati in modo continuo e standardizzato con reti, piattaforme e altri impianti.

L’interoperabilità non è quindi solo un fattore tecnico, ma una condizione abilitante per l’evoluzione del sistema energetico nel suo complesso.

 

Integrazione tra hardware e software

Uno degli ambiti in cui l’interoperabilità mostra il suo massimo potenziale è l’integrazione tra componenti hardware e soluzioni software. Inverter, sistemi di accumulo e quadri elettrici intelligenti possono essere collegati a piattaforme di monitoraggio avanzate che raccolgono e interpretano i dati provenienti dal campo.

Grazie a protocolli di comunicazione standard e API aperte, è possibile creare ecosistemi tecnologici flessibili, in cui l’operatore non è vincolato a un unico fornitore. Questo approccio favorisce l’innovazione, perché consente di aggiornare o sostituire singoli componenti senza dover riprogettare l’intero sistema.

 

Miglioramento delle performance degli impianti

Un impianto fotovoltaico interoperabile è un impianto più performante. L’analisi incrociata dei dati consente di individuare rapidamente cali di rendimento, ombreggiamenti anomali, inefficienze degli inverter o problemi di accumulo.

Ad esempio, integrando i dati meteo con quelli di produzione, è possibile valutare se le prestazioni dell’impianto sono in linea con le condizioni ambientali reali. In caso contrario, il sistema può segnalare automaticamente un’anomalia, permettendo un intervento tempestivo prima che il problema impatti significativamente sulla produzione energetica.

 

Benefici per il lavoro degli operatori

L’interoperabilità non migliora solo le prestazioni degli impianti, ma anche il lavoro quotidiano dei professionisti del settore fotovoltaico. Progettisti, installatori, manutentori e gestori possono accedere a informazioni centralizzate e aggiornate, riducendo la necessità di operare su più piattaforme separate.

Questo si traduce in:

  • Maggiore rapidità nelle fasi di progettazione e configurazione.
  • Riduzione degli errori dovuti a dati incompleti o non allineati.
  • Pianificazione più efficiente degli interventi di manutenzione.
  • Migliore collaborazione tra team e reparti diversi.

La standardizzazione dei flussi informativi consente inoltre di creare procedure operative più chiare e replicabili, migliorando la qualità complessiva del servizio offerto.

 

Manutenzione predittiva e riduzione dei costi

La manutenzione predittiva rappresenta uno dei benefici più concreti e strategici dell’interoperabilità delle tecnologie nel settore fotovoltaico. A differenza della manutenzione tradizionale, basata su interventi programmati o su azioni reattive dopo un guasto, l’approccio predittivo si fonda sull’analisi continua dei dati generati dall’impianto.

In un impianto non interoperabile, i problemi vengono spesso individuati solo quando si manifestano in modo evidente, ad esempio con un calo significativo della produzione o un fermo dell’inverter. Questo comporta:

  • perdita di energia prodotta,
  • interventi urgenti e costosi,
  • tempi di inattività non pianificati.

La manutenzione predittiva, invece, permette di anticipare i guasti analizzando segnali deboli e variazioni anomale delle prestazioni, prima che si trasformino in criticità.

 

Il ruolo dell’interoperabilità

L’interoperabilità è il fattore abilitante della manutenzione predittiva. Solo quando inverter, moduli, sistemi di accumulo, sensori e piattaforme software comunicano tra loro è possibile:

  • correlare dati provenienti da fonti diverse,
  • confrontare performance reali e attese,
  • individuare pattern di degrado o malfunzionamento.

Ad esempio, l’incrocio tra dati di produzione, temperatura, irraggiamento e storico delle prestazioni consente di capire se una perdita di rendimento è legata a condizioni ambientali o a un problema tecnico imminente.

 

Interventi mirati e tempestivi

Grazie alla manutenzione predittiva, gli interventi non sono più generici o preventivi “a calendario”, ma mirati e basati su dati reali. Questo significa:

  • intervenire solo quando serve davvero,
  • sostituire componenti prima che si rompano,
  • pianificare le attività senza urgenze.

Il risultato è una gestione più intelligente delle risorse tecniche e umane, con un impatto diretto sui costi operativi.

 

Scalabilità e futuro degli impianti fotovoltaici

Un altro aspetto fondamentale dell’interoperabilità è la scalabilità. Gli impianti fotovoltaici, soprattutto in ambito industriale e commerciale, sono spesso soggetti a espansioni e aggiornamenti nel tempo. Sistemi interoperabili permettono di aggiungere nuovi moduli, sistemi di accumulo o funzionalità software senza interrompere il funzionamento dell’impianto esistente.

Questa flessibilità è essenziale per adattarsi a scenari energetici in continua evoluzione, come l’integrazione con reti intelligenti, comunità energetiche e sistemi di gestione avanzata dei consumi.

 

Il ruolo degli standard e delle piattaforme aperte

Per garantire un’elevata interoperabilità, il settore fotovoltaico sta puntando sempre più su standard condivisi e piattaforme aperte. Protocolli di comunicazione comuni e architetture modulari favoriscono la compatibilità tra soluzioni diverse e riducono il rischio di lock-in tecnologico.

Le aziende che investono in soluzioni aperte e interoperabili si posizionano come partner affidabili e orientati al futuro, capaci di offrire valore nel lungo periodo ai propri clienti.

L’interoperabilità delle tecnologie nel fotovoltaico non è più un’opzione, ma una necessità strategica. In un contesto in cui efficienza, performance e sostenibilità sono fattori chiave, la capacità di integrare sistemi e dati rappresenta un vantaggio competitivo decisivo.

Adottare soluzioni interoperabili significa migliorare le prestazioni degli impianti, semplificare il lavoro degli operatori e prepararsi alle sfide future del settore energetico. Per le aziende che operano nel fotovoltaico, investire in interoperabilità oggi vuol dire costruire impianti più intelligenti, flessibili e pronti a evolvere domani.

Oggi incontriamo Stefano Cruccu, Founder & Director di Sopowerful Foundation.

 

Recentemente avete aperto le donazioni anche ai privati: cosa vi ha spinto a fare questo passo e quale impatto vi aspettate da un coinvolgimento più diretto delle persone?


Si, abbiamo appena lanciato la nostra “campagna continua” di Crowdfunding, chiamata “Sunrays”. Diverse persone ci avevano chiesto se fosse possibile sostenere i nostri progetti in modalità più “continua”, invece di fare donazioni in modo saltuario.
Crediamo ci sia un grande potenziale: a tante persone piace donare  per sostenere progetti concreti dove si vede un impatto tangibile, ma spesso siamo scoraggiati dalla mancanza di trasparenza  o dal fatto che una parte significativa della donazione finisca a coprire costi di struttura o overhead. In questo caso garantiamo che il 100% della donazione viene utilizzata per implementare un sistema fotovoltaico “where it matters most”, e si può già partecipare a partire da 50 centesimi al giorno.

 

 

Alcuni dei progetti più significativi sono stati realizzati in Tanzania. Puoi raccontarci cosa avete fatto sul campo e quale problema concreto avete contribuito a risolvere?

 

A parte il Malawi, abbiamo ormai 6 progetti operativi anche in Tanzania. Lì i nostri sistemi fotovoltaici rendono possibile una migliore qualità di servizi di sanità, come anche un miglioramento dei processi educativi nelle scuole. L’assenza di energia, o la dipendenza da una rete debole (anche chiamata “weak grid”) pone limiti seri sulla qualità di questi servizi, entrambi fondamentali per uno sviluppo e miglioramento della qualità di vita.

 

 

Il team locale di Sopowerful è cresciuto molto: come si struttura oggi e che ruolo ha nella gestione quotidiana dei progetti?

 

I nostri colleghi in Malawi e Tanzania hanno un ruolo chiave. Sia nella selezione dei progetti, sia durante l’implementazione, sia durante la fase operativa e il monitoraggio dell’impatto. È essenziale e non scontato avere persone affidabili sul posto, poter capire profondamente la cultura e le sfide, e poter comunicare nella lingua locale. Devo dire che sono molto orgoglioso di poter lavorare con un team così eterogeneo e multiculturale, che cresce in esperienza e capacità ogni giorno.

 

 

Guardando alle comunità coinvolte, quali sono i cambiamenti più tangibili che avete osservato nella vita delle persone grazie all’accesso a energia e tecnologia?

 

Se parliamo dei progetti dove il fotovoltaico rende possibile l’irrigazione, in media la “food insecurity” è diminuita del 30%, risultando in una classificazione migliorativa delle communità “moderately food insecurity” invece di “severely food insecure”. Per i progetti dove il fotovoltaico alimenta pompe elettriche riscontriamo molte meno malattie derivanti da acqua inquinata e, per esempio, una distanza dal “rubinetto” che è in media 80% in meno in rispetto a prima del progetto. Alcune persone risparmiano moltissime ore al giorno, non dovendo fare sforzi sovrumani per procurarsela.Dove il fotovoltaico rende possibile un’educazione migliore, notiamo per esempio un quasi 30% in più di studenti che passano gli esami. Dove implementiamo sistemi solari per cliniche e ospedali, cambia davvero la realtà per tante persone: da quello che viene la sera tardi e trova i suoi medicinali che richiedono la refrigerazione (“cold chain”), alla persona sottoposta ad un intervento chirurgico salvavita, che ora non è più impattato dall’interruzione di corrente.

 

 

Raptech e Sopowerful collaborano da tempo: cosa significa per voi avere al fianco partner che credono nel vostro modello e come questa sinergia contribuisce ad amplificare l’impatto sociale dei progetti?

 

È molto prezioso avere al fianco partner che rendono possibile il nostro lavoro e impatto, alcuni sono con noi già da più di 5 anni. La sinergia può cambiare da una partnership all’altra, considerando che, a parte il sostegno economico, alcuni partner ci aiutano con componenti, altri con segnalazioni e network, e altri mettendo a disposizione delle skill. Ogni azienda ha le sue capacità e visione, quello che hanno comune tutti i nostri partner è che vogliono rendere possibile la nostra missione: solar where it matters most.

street art

Negli ultimi vent’anni la street art è passata dall’essere percepita come un atto di ribellione a una vera e propria forma d’arte riconosciuta, studiata e valorizzata dalle amministrazioni pubbliche. Murales, installazioni, stencil e interventi visivi hanno trasformato porzioni di città, ridefinendo identità di quartieri, stimolando riflessioni sociali e creando nuovi spazi di incontro. Ma oltre al valore estetico e culturale, la street art ricopre un ruolo sempre più importante nell’ecologia urbana e nel benessere dei cittadini.

Il suo impatto, infatti, non si limita alla sfera simbolica o creativa: la presenza di arte di strada può influenzare la percezione della sicurezza, l’inclusione sociale, la vivibilità degli spazi pubblici e persino dinamiche economiche legate al turismo o alla rigenerazione. In un’epoca in cui le città devono affrontare sfide complesse — densificazione, inquinamento, perdita di identità, alienazione sociale — la street art emerge come uno strumento accessibile e democratico per rigenerare e “ricucire” ciò che la città moderna rischia di consumare.

 

Una lente diversa sulla città

La street art nasce come forma di comunicazione immediata, diretta, immersa nell’ambiente. A differenza delle opere museali, che vivono in uno spazio dedicato, i murales sono parte integrante del tessuto urbano: dialogano con la strada, con il traffico, con le persone che passano ogni giorno davanti a quella parete.

Questo legame diretto con il quotidiano ha una conseguenza importante: l’arte di strada cambia la percezione dei luoghi. Aree grigie, anonime o degradate possono rinascere grazie a un’opera di impatto, capace di dare carattere e significato a un’architettura altrimenti insignificante. Non si tratta solo di abbellire: si tratta di restituire un’identità a parti di città dimenticate, creando un rapporto emotivo tra i cittadini e gli spazi che abitano.

 

Rigenerazione urbana e qualità degli spazi pubblici

Molti interventi di street art vengono oggi inglobati in progetti di rigenerazione urbana. Questo perché l’arte di strada ha il potere di attivare processi di trasformazione molto più ampi rispetto al semplice rinnovamento estetico.

  1. Diminuzione del degrado percepito

Gli studi sulla “Broken Window Theory” dimostrano che il degrado visivo — muri sporchi, spazi abbandonati, vandalismi — aumenta la percezione di insicurezza. Un grande murale ben mantenuto cambia completamente questa dinamica: comunica presenza, cura, progettualità.

Laddove c’è cura, l’atto vandalico diminuisce. Laddove c’è bellezza, la cittadinanza tende a rispettare di più lo spazio.

 

  1. Valorizzazione di spazi altrimenti inutilizzati

Molte città stanno sfruttando pareti cieche, ponti, sottopassi, palazzi industriali dismessi per trasformarli in “tele urbane”. Questa scelta tecnica ha un valore importante anche dal punto di vista ambientale: recuperare superfici già esistenti evita di consumare nuovo suolo e migliora l’aspetto di aree spesso percepite come barriere architettoniche o zone di passaggio non sicure.

 

  1. Stimolo allo sviluppo sociale

Gli interventi di street art contemporanei coinvolgono spesso scuole, associazioni, reti di quartiere. Questo processo di co-creazione genera senso di appartenenza, rinforza la coesione sociale e crea comunità. Una città che si riconosce nell’arte che produce è una città più viva, partecipata, resiliente.

 

Un impatto anche psicologico

La street art non è solo colore: è esperienza. Camminare lungo un percorso decorato da murales, incontrare improvvisamente un’opera che racconta una storia del quartiere o che pone una riflessione — tutto questo genera emozioni, rompe la routine, stimola l’immaginazione.

  1. Riduzione dello stress urbano

Il colore ha un effetto psicologico potentissimo. Pareti dipinte con tonalità calde, figure armoniose, elementi naturali o astratti possono contribuire a ridurre il carico cognitivo quotidiano, rendendo la camminata o l’attesa a un semaforo meno opprimente.

Non è un caso che sempre più architetti e urbanisti parlino di “neuro-urbanistica”: l’idea che il modo in cui costruiamo le città influenzi direttamente la nostra salute mentale.

 

  1. Percezione di sicurezza

Uno spazio curato e visivamente interessante aumenta la percezione di sicurezza senza bisogno di interventi invasivi come barriere o sorveglianza continua. L’arte di strada — soprattutto se inserita in percorsi pedonali, vie altrimenti isolate, sottopassi — può rendere lo spazio più accogliente e frequentato.

 

  1. Inclusione e rappresentazione

Molti murales contemporanei affrontano temi sociali: parità di genere, multiculturalità, ambiente, memoria storica. La presenza di rappresentazioni inclusive contribuisce a far sentire “viste” molte comunità che spesso non trovano spazio nei linguaggi istituzionali.

 

Street art ed economia urbana

Al di là degli aspetti sociali, la street art ha anche ricadute economiche documentate:

  • Aumento dell’attrattività turistica: molte città — da Berlino a Lisbona, da Bristol a Melbourne — sono diventate veri e propri musei a cielo aperto. Nascono tour guidati, mostre, festival.
  • Incremento del valore immobiliare: quartieri rigenerati attraverso arte pubblica spesso registrano maggiore interesse abitativo e commerciale.
  • Opportunità per i giovani artisti e creativi: festival, bandi pubblici, progetti collaborativi generano lavoro e professionalità.

La street art è spesso uno degli ingredienti dei processi di “placemaking”: creare luoghi che hanno un significato, che generano esperienze, che attraggono residenti e visitatori.

 

Quando la street art incontra la sostenibilità

Il binomio “street art + sostenibilità” è sempre più centrale. Non solo perché la riqualificazione estetica aumenta la vivibilità, ma perché molti artisti e progetti contemporanei integrano tematiche ambientali e materiali eco-compatibili.

 

  1. Pareti verdi e murales ecologici

Alcuni interventi combinano pittura e vegetazione: murales che diventano “giardini verticali” o che si integrano con pareti verdi già esistenti. Oltre al valore estetico, questi progetti contribuiscono all’assorbimento di CO₂ e all’isolamento termico degli edifici.

 

  1. Vernici fotocatalitiche

Sempre più progetti utilizzano vernici speciali capaci di assorbire particelle inquinanti come NOx e PM10. Queste pitture, grazie alla luce del sole, attivano un processo simile alla fotosintesi, purificando l’aria circostante.

Per un brand innovativo e sostenibile come Raptech, questa evoluzione tecnologica lega il mondo della creatività con quello dell’impatto ambientale misurabile.

 

  1. Messaggi e narrazioni ecologiche

La street art è anche una forma di comunicazione potentissima per temi ambientali. Murales che denunciano l’inquinamento, opere dedicate all’acqua, alla biodiversità o alla transizione energetica sono diventati veri e propri simboli di mobilitazione culturale.

 

Conclusione

La street art non è solo decorazione: è trasformazione. È uno strumento semplice ma potentissimo per migliorare l’ambiente urbano, generare benessere psicologico, aumentare la sicurezza percepita e stimolare connessioni sociali. In un contesto in cui le città cercano nuove strade per diventare più sostenibili, vivibili e umane, l’arte pubblica gioca un ruolo strategico.

Favorevole alle comunità, alla cultura e all’innovazione, la street art si conferma una leva concreta per migliorare la qualità della vita nelle nostre città. Un potenziale che, affiancato alle tecnologie verdi e ai progetti di sostenibilità urbana — come quelli promossi da realtà dinamiche e visionarie come Raptech — può contribuire a costruire una nuova idea di città: colorata, partecipata, più sana e più consapevole.

scambio sul post - Raptech

Lo Scambio sul Posto (SSP) è stato per anni uno dei principali strumenti di sostegno alla diffusione del fotovoltaico in Italia. Si tratta di una forma di autoconsumo in sito che permette di compensare l’energia elettrica prodotta e immessa in rete in un certo momento con quella prelevata in un momento successivo. In altre parole, la rete elettrica funziona come una sorta di “accumulo virtuale”, consentendo di utilizzare anche in un secondo tempo l’energia non immediatamente autoconsumata.

Con questo meccanismo, l’energia prodotta da un impianto domestico, come quello fotovoltaico, poteva essere immessa in rete e generare un “credito” da utilizzare quando la produzione non era sufficiente a coprire i consumi.

Tuttavia, a seguito delle decisioni di ARERA e GSE, lo Scambio sul Posto è destinato a scomparire: dal 29 maggio 2025 non sarà più possibile aderire al servizio con nuovi impianti. Per quelli già attivi, la convenzione potrà durare al massimo 15 anni, dopodiché il servizio cesserà automaticamente e l’energia immessa in eccesso verrà valorizzata tramite il meccanismo del Ritiro Dedicato (RID).

 

Come funziona lo Scambio sul Posto

  • Requisiti: l’impianto di produzione e il punto di consumo devono essere connessi al medesimo punto di connessione con la rete pubblica.
  • Immissione in rete: l’energia prodotta in eccesso e non autoconsumata viene immessa nella rete elettrica.
  • Prelievo dalla rete: nei momenti in cui il consumo supera la produzione, è possibile prelevare energia dalla rete.
  • Accumulo virtuale: la rete svolge la funzione di “batteria virtuale”, evitando la necessità di sistemi di accumulo fisici.
  • Compensazione: l’energia prelevata viene compensata con quella immessa, generando un credito economico per il proprietario dell’impianto.

 

Accesso al meccanismo: condizioni e scadenze

  • Scadenza per nuove domande: è possibile presentare domanda fino al 26 settembre 2025, esclusivamente per impianti entrati in esercizio entro il 29 maggio 2025.
  • Stop ai nuovi impianti: dal 30 maggio 2025 non sarà più possibile attivare convenzioni SSP, in base alla Delibera ARERA 78/2025.
  • Attivazione: per gli impianti sotto i 200 kW, l’adesione avviene tramite il Modello Unico nella versione aggiornata.
  • Durata contrattuale: la convenzione ha durata annuale solare, tacitamente rinnovabile, ma non oltre i 15 anni dalla prima sottoscrizione (DL 181/23 e Delibera ARERA 457/2024/R/efr).

 

Cosa cambia dal 2025

  • Stop ai nuovi impianti: dal 29 maggio 2025 non è più possibile accedere allo Scambio sul Posto.
  • Fine del servizio per impianti esistenti: le convenzioni in essere restano valide solo fino al termine naturale dei 15 anni.
  • Passaggio al Ritiro Dedicato (RID): terminato il periodo massimo di convenzione, gli impianti entreranno automaticamente nel meccanismo RID. In questo caso, l’energia immessa in rete non verrà più compensata ma venduta al GSE, che la remunera. L’energia prelevata dalla rete, invece, sarà pagata al fornitore come avviene normalmente.

 

Conclusione

 

Lo Scambio sul Posto ha rappresentato un efficace strumento per valorizzare l’energia rinnovabile prodotta e non autoconsumata, offrendo ai produttori la possibilità di utilizzare la rete come “batteria virtuale”. Ha garantito vantaggi economici diretti e incentivato comportamenti energetici più sostenibili.

 

Con le nuove regole, il regime resterà accessibile solo per gli impianti entrati in esercizio entro il 29 maggio 2025, con domande presentabili fino al 26 settembre 2025. Chi intende avvalersene deve quindi rispettare queste scadenze e, allo stesso tempo, valutare attentamente le prospettive future legate al passaggio verso sistemi come il Ritiro Dedicato e le Comunità Energetiche Rinnovabili.

 

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Tiffany Ziller, Addetta alla Ricerca e all’Innovazione presso l’Ambasciata di Francia in Italia.

 

  • Negli ultimi anni, Francia e Italia hanno entrambe investito sull’innovazione. Quali differenze principali vedi nei rispettivi ecosistemi di ricerca e startup?

In Francia, l’ecosistema dell’innovazione si è sviluppato in modo fortemente coordinato e centralizzato. Lo Stato ha giocato un ruolo decisivo nel sostenere la ricerca e la creazione d’impresa, attraverso programmi come La French Tech e il supporto di Bpifrance. Queste politiche hanno favorito la nascita di un ambiente coeso, dove università, grandi centri di ricerca pubblici, imprese e startup collaborano in modo strutturato. Parigi e le principali città francesi sono diventate poli di attrazione per talenti e investitori, con un mercato del capitale di rischio particolarmente dinamico e una cultura imprenditoriale orientata alla crescita internazionale.

In Italia, dove il peso delle regioni è molto più forte, il percorso è stato graduale e a macchia di leopardo sul territorio, con un crescita molto forte negli ultimi anni. L’innovazione è spesso nata “dal basso”, grazie all’iniziativa di università, centri di ricerca e distretti industriali, che hanno saputo integrare competenze tecnologiche con il tradizionale saper-fare manifatturiero e creativo. Oggi l’Italia sta consolidando un ecosistema sempre più maturo: in particolare, la creazione di CDP Venture Capital nel 2020 ha segnato un passo avanti significativo sul versante finanziario del venture capital, con l’obiettivo di dare una struttura più robusta agli investimenti in startup e PMI innovative. Parallelamente, l’introduzione del Scaleup Act nel 2024 ha ridefinito il quadro normativo per startup e scaleup, aggiornando le regole, gli incentivi e le misure di supporto per favorire la crescita e la scalabilità delle imprese innovative italiane.

 

  • Quali politiche pubbliche francesi ritieni più efficaci nel favorire la nascita e la crescita di startup — e che potrebbero ispirare il contesto italiano?

La Francia ha sviluppato negli ultimi anni un insieme di politiche pubbliche estremamente coerenti, che hanno contribuito a trasformare il Paese in uno degli ecosistemi dell’innovazione più vivaci d’Europa.

Un pilastro centrale è Bpifrance, la banca pubblica per l’innovazione e l’imprenditoria, che svolge un ruolo chiave nel finanziare le startup e le PMI ad alto potenziale, combinando risorse pubbliche e capitali privati. Oltre ai prestiti agevolati e ai fondi di investimento, Bpifrance offre programmi di accompagnamento strategico, mentoring e sostegno all’internazionalizzazione. La sua forza risiede nella capacità di agire come punto di accesso unico per gli imprenditori, riducendo la frammentazione degli aiuti e favorendo la condivisione del rischio tra pubblico e privato.

Un altro elemento distintivo è La French Tech, nata nel 2013 per creare una rete nazionale e internazionale di startup, acceleratori e investitori. Più che un semplice programma, La French Tech è diventata un marchio identitario, sostenuto da risorse dedicate e da un forte impegno politico. Con l’arrivo di Emmanuel Macron e la sua visione di una “Startup Nation”, l’iniziativa ha guadagnato ulteriore slancio, contribuendo alla nascita di decine di unicorni e al consolidamento di un vero ecosistema di scala globale.

Sul piano fiscale, la Francia si distingue per un sistema di incentivi particolarmente attrattivo. Il Crédit Impôt Recherche (CIR) e il Crédit Impôt Innovation (CII) consentono alle imprese di dedurre una parte significativa delle spese in ricerca e sviluppo o in innovazione di prodotto, rendendo l’investimento tecnologico più accessibile. Parallelamente, una serie di agevolazioni per gli investitori privati – come le detrazioni fiscali per chi investe in startup attraverso il dispositivo IR-PME o in fondi dedicati (FIP e FCPI) – hanno stimolato la partecipazione del capitale privato, favorendo la creazione di un mercato del venture capital molto dinamico.

 

  • Dal tuo punto di vista istituzionale, quali settori tecnologici stanno diventando prioritari per la cooperazione franco-italiana?

Negli ultimi anni la cooperazione franco-italiana in materia di innovazione si è intensificata, soprattutto dopo il Trattato del Quirinale, che ha dato un quadro stabile e strutturato ai rapporti tra i due Paesi. Oggi le priorità comuni si concentrano su alcuni settori tecnologici chiave, con una visione condivisa di competitività europea e autonomia strategica.

Un primo ambito centrale è la transizione energetica, con collaborazioni sullo sviluppo delle energie rinnovabili, del nucleare di nuova generazione, dell’efficienza e della sobrietà energetiche e delle tecnologie di accumulo. L’obiettivo è costruire un modello energetico sostenibile e al tempo stesso industrialmente competitivo, in cui ricerca pubblica e impresa privata lavorino in stretta sinergia.

Un secondo asse riguarda il digitale e l’intelligenza artificiale, ambiti in cui Francia e Italia partecipano insieme a programmi europei strategici e favoriscono partenariati tra università, centri di ricerca e startup deep tech.

Un settore in forte espansione è anche quello spaziale, dove la collaborazione è già consolidata da tempo sia attraverso le nostre rispettive agenzie spaziali che a livello industriale con la Space Alliance tra la francese Thales e l’italiana Leonardo. Basti pensare che Thales Alenia Space, una delle due joint-venture della Space Alliance insieme a Telespazio, ha costruito circa il 50% della stazione spaziale internazionale. E qualche giorno fa è stata annunciata una maggior integrazione delle nostre industrie spaziali inglobando anche Airbus.

In un settore più giovane che rappresenta una frontiera di ricerca con enorme potenziale industriale, le tecnologie quantistiche, stanno emergendo nuove opportunità di collaborazione. Francia e Italia partecipano congiuntamente a iniziative europee nel quadro del Quantum Flagship, collaborando su quantum computing, comunicazioni sicure e sensoristica avanzata. Le università e i centri di ricerca dei due Paesi stanno sviluppando progetti congiunti per accelerare la maturazione di queste tecnologie e favorirne l’applicazione in settori strategici come la cybersecurity, la logistica e la finanza.

 

  • Quali opportunità concrete esistono oggi per startup italiane interessate a espandersi in Francia ?

Oggi la Francia rappresenta una delle destinazioni più interessanti per le startup italiane che vogliono crescere su scala europea. L’ecosistema francese combina un forte sostegno pubblico, un mercato del venture capital molto attivo e una cultura dell’innovazione orientata all’internazionalizzazione.

Un punto di ingresso privilegiato è la rete La French Tech, che collega centinaia di hub, incubatori e acceleratori in tutto il Paese. Le startup straniere possono accedere a programmi di accompagnamento, mentoring e visibilità presso gli investitori locali.

Un ruolo fondamentale è svolto da Business France, l’agenzia nazionale per l’internazionalizzazione dell’economia, che accompagna le imprese straniere nel loro insediamento in Francia. Business France offre supporto nella scelta della sede, nella ricerca di partner industriali e nel reperimento di finanziamenti o incentivi fiscali, in collaborazione con le autorità regionali e i poli tecnologici locali.

Negli ultimi anni si è aggiunto un nuovo strumento particolarmente interessante: l’acceleratore franco-italiano per startup tecnologiche, nato per favorire la cooperazione tra i due ecosistemi e sostenere le giovani imprese che vogliono espandersi oltreconfine. Questo programma, promosso congiuntamente da Cassa Depositi e Prestiti, Bpifrance e i network La French Tech e Italian Tech Alliance, offre percorsi di mentorship, accesso a investitori e opportunità di co-sviluppo industriale tra i due Paesi.

Dal punto di vista finanziario, la Francia resta molto competitiva: Bpifrance mette a disposizione prestiti, fondi di investimento e programmi di co-innovazione anche per startup straniere, mentre strumenti fiscali come il Crédit Impôt Recherche (CIR) e il Crédit Impôt Innovation (CII) rendono conveniente l’apertura di attività di R&S sul territorio.

 

  • Vedi differenze culturali significative nel modo in cui i founder italiani e francesi approcciano l’innovazione?

Sì, esistono differenze culturali piuttosto interessanti — e complementari — nel modo in cui i founder italiani e francesi vivono e interpretano l’innovazione. Entrambe le culture producono imprenditori di grande talento, ma il contesto formativo, istituzionale e sociale in cui operano influisce molto sul loro approccio.

In generale, i founder francesi tendono a muoversi in un ecosistema più strutturato e centralizzato. Molti provengono da percorsi accademici tecnico-scientifici di alto livello, spesso formatisi in scuole come Polytechnique, CentraleSupélec o HEC, e hanno interiorizzato l’idea che l’innovazione sia una leva nazionale strategica. Questo si riflette in una maggiore propensione a costruire imprese con ambizioni di scala globale fin dall’inizio, sostenute da politiche pubbliche forti e da un mercato del venture capital più maturo. Il loro approccio tende a essere più “sistemico”: la startup come parte di un progetto industriale e tecnologico più ampio, con una pianificazione chiara e obiettivi di crescita rapidi.

I founder italiani, al contrario, si muovono in un contesto frammentato e imprenditoriale in senso tradizionale. Spesso nascono da esperienze industriali, accademiche o di design, e mantengono una forte attenzione alla qualità del prodotto, alla creatività e alla relazione diretta con il cliente. L’innovazione in Italia è spesso più “artigianale” nel senso positivo del termine: fondata sull’ingegno, sulla flessibilità e sulla capacità di adattarsi. I founder italiani mostrano grande pragmatismo, ma talvolta meno propensione al rischio o alla scalabilità immediata rispetto ai colleghi francesi, anche per via di un sistema di finanziamento diverso.

Detto questo, le differenze si stanno riducendo rapidamente. Le nuove generazioni di imprenditori italiani sono sempre più internazionali, abituate a lavorare in ecosistemi europei, e condividono con i francesi la stessa cultura della tecnologia e dell’impatto. Al tempo stesso, molti founder francesi guardano oggi all’Italia per ispirarsi a un modello di innovazione più flessibile, creativo e centrato sul valore del prodotto.

 

  • Puoi raccontarci un caso virtuoso di collaborazione franco-italiana nel campo dell’innovazione che ti ha particolarmente colpito?

Più che colpita, direi che sono molto fiera di una cooperazione che abbiamo lanciato tre anni fa insieme al MAECI: il programma YEP – Young Entrepreneurs Programme. È un’iniziativa di mobilità tra la Francia e l’Italia pensata per studenti e giovani ricercatori con un progetto d’impresa deep tech, anche in fase molto iniziale.

L’obiettivo di YEP è favorire la nascita di una nuova generazione di innovatori europei: accompagniamo i partecipanti in una “immersion week” nell’ecosistema dell’altro Paese, dove possono sviluppare contatti, confrontarsi con progetti simili e incontrare incubatori, ricercatori e investitori. È un’esperienza che li aiuta non solo a crescere come imprenditori, ma anche a pensarsi europei sin dall’inizio, con una mentalità aperta alla collaborazione transnazionale e al co-sviluppo tecnologico.

Oggi il programma sta crescendo, anno dopo anno, e sta costruendo un ponte concreto tra le comunità dell’innovazione di Francia e Italia — un piccolo ma significativo esempio di come la cooperazione europea possa partire dalle persone, prima ancora che dalle istituzioni.

 

  • Qual è, secondo te, il “vantaggio competitivo” che l’Europa — e in particolare l’asse Francia–Italia — può giocarsi nel panorama globale dell’innovazione nei prossimi 5 anni?

Credo che il vero vantaggio competitivo dell’Europa, e in particolare dell’asse Francia–Italia, risieda nella capacità di coniugare tecnologia e valori: un modello di innovazione che non punta solo alla crescita economica, ma anche alla sostenibilità, alla qualità e all’impatto sociale. È una visione diversa da quella americana o asiatica, più equilibrata e più attenta alla dimensione umana del progresso. Nei prossimi cinque anni, questa combinazione potrà diventare una leva unica per sviluppare un modello europeo di innovazione “responsabile”, fondato su alcune priorità comuni: l’etica, la sostenibilità e la cooperazione. Questo approccio “human-centric” — che integra tutela dei diritti, transizione verde e inclusione sociale — può diventare la chiave per attrarre talenti, investimenti e fiducia, dando all’Europa un ruolo di leadership globale in un’innovazione responsabile, duratura e condivisa

 

  • Se dovessi dare un consiglio a un giovane innovatore italiano che vuole lavorare in un contesto europeo, quale sarebbe?

Il mio consiglio sarebbe di pensare europeo fin dall’inizio, senza percepire i confini nazionali come un limite ma come un punto di partenza. Oggi l’innovazione non ha più un baricentro unico: si costruisce dentro reti, progetti e collaborazioni che attraversano Paesi, lingue e culture. Per un giovane innovatore italiano, questo è un vantaggio enorme, perché l’Italia forma menti creative, abituate a risolvere problemi in modo originale e con risorse limitate — qualità preziose in ogni ecosistema europeo.

Direi quindi: coltiva la tua identità, ma impara a muoverti in logica di sistema. Partecipa a programmi europei, frequenta gli hub di innovazione in Francia, Germania o Spagna, e non aver paura di confrontarti con modelli diversi. L’obiettivo non è “andare all’estero”, ma costruire connessioni durature che ti permettano di crescere come innovatore europeo, non solo italiano.

Infine, scegli sempre progetti che abbiano un impatto reale, non solo tecnologico ma anche sociale o ambientale. L’Europa ha bisogno di innovatori che coniughino competenza e responsabilità, visione e radici. È lì che si giocherà la vera differenza nei prossimi anni.

SEU - Raptech

Nell’attuale scenario energetico, l’efficienza è diventata una priorità. I Sistemi Efficienti di Utenza (SEU) rappresentano una soluzione innovativa per migliorare l’efficienza energetica e ridurre gli sprechi.

I SEU sono sistemi che permettono la produzione e il consumo di energia in modo più sostenibile e localizzato. Questo approccio si traduce in un uso più intelligente delle risorse, promuovendo un consumo consapevole e responsabile.

Nel contesto energetico moderno, i SEU sono fondamentali per affrontare le sfide globali legate al cambiamento climatico e all’esaurimento delle risorse fossili. Essi offrono un’opportunità unica per ridurre le emissioni di carbonio e incrementare l’autonomia energetica delle comunità.

 

Cos’è un SEU

Un Sistema Efficiente di Utenza (SEU) è un impianto di produzione e consumo di energia elettrica in cui:

  • c’è un solo produttore (ad esempio un impianto fotovoltaico) e un solo cliente finale (l’utenza collegata);
  • produzione e consumo sono fisicamente collegati da una linea privata, senza passare per la rete pubblica;
  • l’energia prodotta viene utilizzata direttamente sul posto, riducendo al minimo i prelievi dalla rete elettrica nazionale.

In pratica, è un sistema che permette a un’azienda o a un privato di autoprodurre energia rinnovabile (tipicamente solare) e di utilizzarla immediatamente, con la possibilità di immettere l’eccedenza in rete, che beneficia di tariffe agevolate e non paga alcuni oneri di rete.

 

Come funzionano

  • Produzione e Consumo Locale

I SEU consentono di produrre e consumare energia nello stesso luogo, un principio fondamentale per promuovere la sostenibilità energetica. Questo approccio riduce la dipendenza da fonti energetiche esterne e minimizza le perdite di energia durante il trasporto, che sono comuni nei sistemi tradizionali.

Dal punto di vista economico, l’autoconsumo permette di risparmiare sui costi energetici, poiché l’energia prodotta localmente può essere utilizzata immediatamente, riducendo le bollette. Inoltre, l’energia in eccesso può essere venduta alla rete, generando ulteriori entrate per gli utenti. I SEU, quindi, offrono un modello di consumo più equo e sostenibile, trasformando i consumatori in veri e propri prosumers.

 

  • Connessione Diretta

Nei Sistemi Efficienti di Utenza (SEU), la connessione diretta tra produzione e utenza rappresenta un elemento chiave per ottimizzare l’uso dell’energia. Questa configurazione permette ai produttori di collegarsi direttamente con i consumatori, eliminando intermediari e riducendo costi aggiuntivi legati all’uso della rete elettrica tradizionale. In questo modo, l’energia prodotta viene consegnata direttamente al punto di consumo, assicurando un utilizzo immediato e più efficiente delle risorse.

La connessione diretta è particolarmente vantaggiosa per le aziende di grandi dimensioni, che possono beneficiare di vendite dirette di elettricità. Ciò non solo consente un risparmio economico, ma anche una riduzione delle perdite energetiche che tipicamente si verificano durante il trasporto dell’elettricità su lunghe distanze. Inoltre, la connessione diretta facilita l’autosufficienza energetica, poiché l’energia non è classificata come trasmissione o distribuzione, ma come autoconsumo.

 

  • Gestione e disponibilità dell’area

Per poter realizzare un Sistema Efficiente di Utenza, è fondamentale che l’area in cui viene installato l’impianto (ad esempio il tetto o il terreno) sia nella disponibilità diretta del cliente finale.

Questo significa che l’azienda deve avere piena titolarità o diritto di utilizzo dello spazio: un requisito che garantisce trasparenza, corretto funzionamento e continuità dell’impianto nel tempo.

In altre parole: il SEU viene costruito e utilizzato proprio all’interno dell’area del cliente finale, così che l’energia prodotta sia subito disponibile per alimentare le sue attività, senza passare per la rete elettrica nazionale.

 

  • Qualifica e gestione del SEU

Un Sistema Efficiente di Utenza non nasce semplicemente installando un impianto: per essere riconosciuto ufficialmente deve ottenere una specifica qualifica dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici).

Questa qualifica certifica che l’impianto risponde a tutte le caratteristiche richieste dalla normativa e permette di accedere ai benefici economici previsti.

La gestione operativa e regolatoria, invece, è affidata all’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), che stabilisce le regole su tariffe, incentivi e rapporti con la rete.

 

I vantaggi principali dei SEU

I Sistemi Efficienti di Utenza (SEU) offrono numerosi vantaggi tangibili per utenti e aziende.

  • Riduzione dei costi energetici: L’energia prodotta localmente riduce drasticamente il prelievo dalla rete elettrica nazionale. Ciò significa meno spesa per la materia prima energia, ma anche per trasporto, distribuzione e altri costi legati al sistema elettrico (dispacciamento, perdite di rete, oneri vari). Inoltre, tramite l’autoconsumo, l’azienda utilizza subito l’energia generata, riducendo le bollette e migliorando il ritorno sull’investimento iniziale.
  • Agevolazioni tariffarie e normativo-regolatorie: i SEU godono di regole speciali relative agli oneri generali di sistema: parte dell’energia autoconsumata non prelevata dalla rete pubblica può essere esente da alcuni oneri o voci tariffarie. Condizioni di favore nel riconoscimento della qualifica SEU/SEESEU che consentono di accedere a benefici definiti nel sistema normativo vigente.
  • Miglioramento dell’efficienza energetica e della sostenibilità: maggiore efficienza, la produzione avviene vicino al consumo, riducendo perdite, tempi di trasmissione e inefficienze. Riduzione delle emissioni di CO₂, perché i SEU usano fonti rinnovabili (o cogenerazione ad alto rendimento) eliminando o limitando l’uso di energia proveniente da fonti fossili.
  • Valorizzazione degli impianti e degli spazi: gli impianti SEU sfruttano spazi aziendali inutilizzati (tetti, coperture, aree esterne) trasformandoli in asset produttivi. L’immagine aziendale migliora: sostenibilità, potenziale certificazione ambientale, appeal verso clienti che valorizzano la responsabilità sociale e ambientale.
  • Ritorno sull’investimento (ROI) potenzialmente rapido: Sebbene il costo iniziale di installazione possa essere significativo, i risparmi in bolletta, le agevolazioni tariffarie e fiscali, e la vita utile degli impianti, permettono un ritorno dell’investimento in anni relativamente contenuti, specie per aziende con consumi elettrici rilevanti. Con bonifici, incentivi e normative a favore, l’investimento diventa più sostenibile e remunerativo.

 

A chi si rivolgono i SEU

I Sistemi Efficienti di Utenza sono pensati per tutte quelle realtà che hanno consumi energetici significativi e vogliono ridurre i costi in bolletta, migliorando al tempo stesso la propria sostenibilità.

In particolare, i SEU sono una soluzione ideale per:

  • Aziende manifatturiere e industriali
  • Con macchinari e processi produttivi energivori, queste imprese possono ottenere un grande risparmio e maggiore stabilità dei costi.
  • Piccole e medie imprese (PMI)
  • Dalle officine ai laboratori artigianali, fino ai magazzini e ai centri logistici: l’autoproduzione aiuta a essere più competitivi in un mercato sempre più attento ai costi e all’impatto ambientale.
  • Centri commerciali, strutture ricettive e GDO
  • Attività con ampi spazi (tetti, parcheggi) e consumi elettrici continui (illuminazione, climatizzazione, refrigerazione) che possono trasformare la spesa energetica in un investimento.
  • Enti pubblici e strutture sanitarie
  • Scuole, ospedali, edifici comunali: i SEU riducono i costi di gestione e permettono di liberare risorse da destinare ad altri servizi essenziali.
  • Settore residenziale e condomini
  • Anche i privati e i condomini possono adottare modelli SEU per abbattere i costi energetici e aumentare l’indipendenza dalla rete.

 

In sintesi, i SEU si rivolgono a chiunque voglia risparmiare, essere più indipendente dal mercato elettrico e dimostrare attenzione concreta alla sostenibilità ambientale.

 

Vuoi rendere la tua azienda più efficiente e sostenibile? Scopri come i SEU possono cambiare il tuo approccio energetico. Non lasciare che i costi energetici frenino la tua crescita: affidati a Raptech e costruisci il tuo futuro energetico su misura.

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Abbiamo il piacere di ospitare Francesco Bertuletti, CEO di Sblind Sustainable Network.

 

D. Francesco, Sblind nasce come social sostenibile ma anche come Community. Da dove è partita questa intuizione?
R. L’idea è nata dalla volontà di superare i limiti dei social tradizionali: volevamo costruire non solo una piattaforma tecnologica, ma uno spazio di condivisione autentica, basato su valori comuni e su un modello etico e sostenibile.

 

D. In che modo la Community è parte integrante del modello Sblind, rispetto ai social network tradizionali?
R. In Sblind la Community è il cuore pulsante: non esiste come contorno, ma come valore fondante. È la base per stimolare dialoghi costruttivi, scambi reali e progetti che abbiano un impatto positivo.

 

D. Avete rapporti con realtà come WWF e Dynamo Camp. Quanto conta per voi avere Community che vanno oltre l’online e creano impatti concreti sul territorio?
R. Conta moltissimo, perché ci permette di dimostrare che digitale e reale non sono separati. Le partnership rafforzano la nostra visione: costruire relazioni che abbiano ricadute pratiche, per l’ambiente e per le persone.

 

D. Perché oggi le persone sentono il bisogno di far parte di Community più che di semplici piattaforme social?
R. Perché non cerchiamo più solo intrattenimento, ma appartenenza. Le Community danno senso, ci permettono di riconoscerci negli altri e di agire insieme per obiettivi comuni.

 

D. Qual è la visione di lungo termine: che tipo di Community immaginate di costruire con Sblind?
R. Una comunità globale che sia sostenibile, inclusiva e capace di dimostrare che la tecnologia può servire davvero le persone. Non puntiamo alla quantità, ma alla qualità dei legami che riusciremo a generare.