“Le contraddizioni dell’economia circolare” nel nuovo libro di Antonio Pergolizzi
“Non c’è alternativa alla transizione ecologica, cioè alla decarbonizzazione del nostro modello di produzione e conseguentemente di consumo. Non abbiamo alternativa”.
Il nuovo libro di Antonio Pergolizzi si apre con questa affermazione, eliminando ogni incertezza sulla direzione da seguire. Tuttavia, questo percorso è stato intrapreso con grande difficoltà, tra esitazioni e ripensamenti, e viene ciclicamente messo in discussione. Le contraddizioni che emergono lungo il cammino sono numerose, ed è proprio su queste che si concentra il cuore della narrazione. Abbiamo incontrato l’autore per approfondire queste tematiche.
- Il titolo del suo libro parla di “contraddizioni” dell’economia circolare: quali sono le più evidenti che oggi minacciano la sua credibilità e applicazione?
Ce ne sono tante, la più importate mi pare sia la convinzione dogmatica che bastino le solite ricette liberiste: più mercato, più investimenti e più tecnologia. Dal mio puto di vista, sebbene questi tre elementi siano ingredienti imprescindibili per la transizione ecologia, essi non sono comunque sufficienti a sostenere la svolta e, soprattutto, a fare della sostenibilità un driver per garantire maggiore giustizia sociale.
- Spesso l’economia circolare viene descritta come la “panacea” dei problemi ambientali. In che modo questo entusiasmo può diventare controproducente?
Serve sempre avere una visione d’insieme, olistica, partendo dal presupposto che le leggi della termodinamica determinano dei costi socio-ambientali che non si può far finta che non esistano. Per esempio, non basta sostenere la raccolta differenziata e il riciclo – come argomentano convintamente alcuni dei principali protagonisti nella gestione dei rifiuti – , al contrario serve cambiare modelli di produzione e consumo per produrre meno rifiuti, non per riciclarne di più. Questa è un classico bias cognitivo che alimenta una narrazione troppo comoda per chi semplicemente fa impresa con la gestione dei rifiuti.
- Nel libro parla anche di “opportunità”: può raccontarci un esempio concreto in cui un’impresa o un territorio ha saputo trasformare le contraddizioni in valore?
La transizione ecologica è certamente una grande opportunità per la collettività. Basti pensare alla nascita delle comunità energetiche o ai distretti ambientali o alle tante iniziative di osmosi industriali in cui si generare sinergia laddove, in passato, esistevano solo logiche competitive. Il problema di fondo è saper governare le forze economiche che naturalmente spingono dalla propria parte, facendo attenzione affinché il cambio di paradigma non si scarichi solo su alcuni segmenti della società, ovviamente quelli più fragili, per esempio con un aumento dei prezzi al consumo. Per questo serve una regia pubblica in grado di correggere, per esempio, i ricorrenti fallimenti di mercato che possono spingere verso approcci lineari, come sta accadendo anche oggi. Servono policy adeguate per una sfida di portata storica, altrimenti si rischia di produrre il solito modello business as usual, sebbene sotto mentite spoglie.
- Cosa distingue, secondo lei, un approccio realmente sostenibile da uno che è solo “greenwashing”?
Un approccio realmente sostenibile è quello che, partendo dalla complessità e da una esatta valutazione quali/quantitativa di tutti gli elementi coinvolti, riesce a elaborare un modello in grado di avere la minore possibile impronta ecologica, assicurando allo stesso tempi dei benefici collettivi. Al contrario, un approccio classico di greenwashing può avere una infinità di sfumature, per esempio può trarre origine da dati viziati in partenza e considerare nella valutazione solo gli elementi a proprio favore, escludendo il resto. Non basta avere un’auto elettrica, per esempio, se poi questa è alimentata da energia prodotta da fonti fossili e se la sua stessa fabbricazione ha avuto poca attenzione al ciclo di vita dei materiali impiagati.
- Quali sono gli attori (pubblici o privati) che oggi hanno maggiore responsabilità nel guidare la transizione verso un’economia circolare autentica?
Dal lato pubblico, sicuramente il ministero dell’Ambiente e per la sicurezza energetica (MASE), quindi il governo, insieme alle Regioni e agli enti pubblici locali, importantissimi nell’adottare pratiche e politiche di incentivo alla sostenibilità. Dal lato privato, sicuramente le aziende e le loro rappresentanza associative possono svolgere un ruolo importante nella spinta verso politiche green. Senza dimenticare i consorzi nell’ambito dei rispettivi schemi di responsabilità estesa del produttore, anch’essi determinanti nell’impiegare le risorse pubbliche a sostegno di politiche concretamente sostenibili.
- Il concetto di economia circolare richiede anche un cambiamento culturale. Quali sono, secondo lei, gli ostacoli più grandi a livello di mentalità o abitudini?
Cambiare è sempre faticoso, soprattutto quando non è chiara la meta finale. Oggi, purtroppo, c’è troppa comunicazione e poca informazione. La bulimia informativa nei fatti lascia il singolo in balia di uno storytelling che sviluppa poco senso critico. Sarebbe utile spiegare, invece, quali sono i conflitti in campo e qual è, caso per caso, la vera posta in gioco. Dinnanzi a tale complessità si è drammaticamente ristretto lo spazio per una visione consapevole da parte della gran parte dei cittadini.
- Se dovesse sintetizzare in un consiglio pratico cosa può fare oggi un cittadino per contribuire a questa rivoluzione sostenibile, cosa direbbe?
Informarsi seriamente, usare sempre un approccio aperto e critico e partecipare alle decisioni pubbliche. Al proprio impegno privato deve affiancarsi un analogo impegno civico. La transizione ecologica per essere veramente democratica ha bisogno di trasparenza, consapevolezza e partecipazione. Solo in questo modo può raggiungere, cioè quando fatta bene, il punto più alto della democrazia.