Intervista a Tiffany Ziller, Addetta alla Ricerca e all’Innovazione presso l’Ambasciata di Francia in Italia
Oggi abbiamo il piacere di intervistare Tiffany Ziller, Addetta alla Ricerca e all’Innovazione presso l’Ambasciata di Francia in Italia.
- Negli ultimi anni, Francia e Italia hanno entrambe investito sull’innovazione. Quali differenze principali vedi nei rispettivi ecosistemi di ricerca e startup?
In Francia, l’ecosistema dell’innovazione si è sviluppato in modo fortemente coordinato e centralizzato. Lo Stato ha giocato un ruolo decisivo nel sostenere la ricerca e la creazione d’impresa, attraverso programmi come La French Tech e il supporto di Bpifrance. Queste politiche hanno favorito la nascita di un ambiente coeso, dove università, grandi centri di ricerca pubblici, imprese e startup collaborano in modo strutturato. Parigi e le principali città francesi sono diventate poli di attrazione per talenti e investitori, con un mercato del capitale di rischio particolarmente dinamico e una cultura imprenditoriale orientata alla crescita internazionale.
In Italia, dove il peso delle regioni è molto più forte, il percorso è stato graduale e a macchia di leopardo sul territorio, con un crescita molto forte negli ultimi anni. L’innovazione è spesso nata “dal basso”, grazie all’iniziativa di università, centri di ricerca e distretti industriali, che hanno saputo integrare competenze tecnologiche con il tradizionale saper-fare manifatturiero e creativo. Oggi l’Italia sta consolidando un ecosistema sempre più maturo: in particolare, la creazione di CDP Venture Capital nel 2020 ha segnato un passo avanti significativo sul versante finanziario del venture capital, con l’obiettivo di dare una struttura più robusta agli investimenti in startup e PMI innovative. Parallelamente, l’introduzione del Scaleup Act nel 2024 ha ridefinito il quadro normativo per startup e scaleup, aggiornando le regole, gli incentivi e le misure di supporto per favorire la crescita e la scalabilità delle imprese innovative italiane.
- Quali politiche pubbliche francesi ritieni più efficaci nel favorire la nascita e la crescita di startup — e che potrebbero ispirare il contesto italiano?
La Francia ha sviluppato negli ultimi anni un insieme di politiche pubbliche estremamente coerenti, che hanno contribuito a trasformare il Paese in uno degli ecosistemi dell’innovazione più vivaci d’Europa.
Un pilastro centrale è Bpifrance, la banca pubblica per l’innovazione e l’imprenditoria, che svolge un ruolo chiave nel finanziare le startup e le PMI ad alto potenziale, combinando risorse pubbliche e capitali privati. Oltre ai prestiti agevolati e ai fondi di investimento, Bpifrance offre programmi di accompagnamento strategico, mentoring e sostegno all’internazionalizzazione. La sua forza risiede nella capacità di agire come punto di accesso unico per gli imprenditori, riducendo la frammentazione degli aiuti e favorendo la condivisione del rischio tra pubblico e privato.
Un altro elemento distintivo è La French Tech, nata nel 2013 per creare una rete nazionale e internazionale di startup, acceleratori e investitori. Più che un semplice programma, La French Tech è diventata un marchio identitario, sostenuto da risorse dedicate e da un forte impegno politico. Con l’arrivo di Emmanuel Macron e la sua visione di una “Startup Nation”, l’iniziativa ha guadagnato ulteriore slancio, contribuendo alla nascita di decine di unicorni e al consolidamento di un vero ecosistema di scala globale.
Sul piano fiscale, la Francia si distingue per un sistema di incentivi particolarmente attrattivo. Il Crédit Impôt Recherche (CIR) e il Crédit Impôt Innovation (CII) consentono alle imprese di dedurre una parte significativa delle spese in ricerca e sviluppo o in innovazione di prodotto, rendendo l’investimento tecnologico più accessibile. Parallelamente, una serie di agevolazioni per gli investitori privati – come le detrazioni fiscali per chi investe in startup attraverso il dispositivo IR-PME o in fondi dedicati (FIP e FCPI) – hanno stimolato la partecipazione del capitale privato, favorendo la creazione di un mercato del venture capital molto dinamico.
- Dal tuo punto di vista istituzionale, quali settori tecnologici stanno diventando prioritari per la cooperazione franco-italiana?
Negli ultimi anni la cooperazione franco-italiana in materia di innovazione si è intensificata, soprattutto dopo il Trattato del Quirinale, che ha dato un quadro stabile e strutturato ai rapporti tra i due Paesi. Oggi le priorità comuni si concentrano su alcuni settori tecnologici chiave, con una visione condivisa di competitività europea e autonomia strategica.
Un primo ambito centrale è la transizione energetica, con collaborazioni sullo sviluppo delle energie rinnovabili, del nucleare di nuova generazione, dell’efficienza e della sobrietà energetiche e delle tecnologie di accumulo. L’obiettivo è costruire un modello energetico sostenibile e al tempo stesso industrialmente competitivo, in cui ricerca pubblica e impresa privata lavorino in stretta sinergia.
Un secondo asse riguarda il digitale e l’intelligenza artificiale, ambiti in cui Francia e Italia partecipano insieme a programmi europei strategici e favoriscono partenariati tra università, centri di ricerca e startup deep tech.
Un settore in forte espansione è anche quello spaziale, dove la collaborazione è già consolidata da tempo sia attraverso le nostre rispettive agenzie spaziali che a livello industriale con la Space Alliance tra la francese Thales e l’italiana Leonardo. Basti pensare che Thales Alenia Space, una delle due joint-venture della Space Alliance insieme a Telespazio, ha costruito circa il 50% della stazione spaziale internazionale. E qualche giorno fa è stata annunciata una maggior integrazione delle nostre industrie spaziali inglobando anche Airbus.
In un settore più giovane che rappresenta una frontiera di ricerca con enorme potenziale industriale, le tecnologie quantistiche, stanno emergendo nuove opportunità di collaborazione. Francia e Italia partecipano congiuntamente a iniziative europee nel quadro del Quantum Flagship, collaborando su quantum computing, comunicazioni sicure e sensoristica avanzata. Le università e i centri di ricerca dei due Paesi stanno sviluppando progetti congiunti per accelerare la maturazione di queste tecnologie e favorirne l’applicazione in settori strategici come la cybersecurity, la logistica e la finanza.
- Quali opportunità concrete esistono oggi per startup italiane interessate a espandersi in Francia ?
Oggi la Francia rappresenta una delle destinazioni più interessanti per le startup italiane che vogliono crescere su scala europea. L’ecosistema francese combina un forte sostegno pubblico, un mercato del venture capital molto attivo e una cultura dell’innovazione orientata all’internazionalizzazione.
Un punto di ingresso privilegiato è la rete La French Tech, che collega centinaia di hub, incubatori e acceleratori in tutto il Paese. Le startup straniere possono accedere a programmi di accompagnamento, mentoring e visibilità presso gli investitori locali.
Un ruolo fondamentale è svolto da Business France, l’agenzia nazionale per l’internazionalizzazione dell’economia, che accompagna le imprese straniere nel loro insediamento in Francia. Business France offre supporto nella scelta della sede, nella ricerca di partner industriali e nel reperimento di finanziamenti o incentivi fiscali, in collaborazione con le autorità regionali e i poli tecnologici locali.
Negli ultimi anni si è aggiunto un nuovo strumento particolarmente interessante: l’acceleratore franco-italiano per startup tecnologiche, nato per favorire la cooperazione tra i due ecosistemi e sostenere le giovani imprese che vogliono espandersi oltreconfine. Questo programma, promosso congiuntamente da Cassa Depositi e Prestiti, Bpifrance e i network La French Tech e Italian Tech Alliance, offre percorsi di mentorship, accesso a investitori e opportunità di co-sviluppo industriale tra i due Paesi.
Dal punto di vista finanziario, la Francia resta molto competitiva: Bpifrance mette a disposizione prestiti, fondi di investimento e programmi di co-innovazione anche per startup straniere, mentre strumenti fiscali come il Crédit Impôt Recherche (CIR) e il Crédit Impôt Innovation (CII) rendono conveniente l’apertura di attività di R&S sul territorio.
- Vedi differenze culturali significative nel modo in cui i founder italiani e francesi approcciano l’innovazione?
Sì, esistono differenze culturali piuttosto interessanti — e complementari — nel modo in cui i founder italiani e francesi vivono e interpretano l’innovazione. Entrambe le culture producono imprenditori di grande talento, ma il contesto formativo, istituzionale e sociale in cui operano influisce molto sul loro approccio.
In generale, i founder francesi tendono a muoversi in un ecosistema più strutturato e centralizzato. Molti provengono da percorsi accademici tecnico-scientifici di alto livello, spesso formatisi in scuole come Polytechnique, CentraleSupélec o HEC, e hanno interiorizzato l’idea che l’innovazione sia una leva nazionale strategica. Questo si riflette in una maggiore propensione a costruire imprese con ambizioni di scala globale fin dall’inizio, sostenute da politiche pubbliche forti e da un mercato del venture capital più maturo. Il loro approccio tende a essere più “sistemico”: la startup come parte di un progetto industriale e tecnologico più ampio, con una pianificazione chiara e obiettivi di crescita rapidi.
I founder italiani, al contrario, si muovono in un contesto frammentato e imprenditoriale in senso tradizionale. Spesso nascono da esperienze industriali, accademiche o di design, e mantengono una forte attenzione alla qualità del prodotto, alla creatività e alla relazione diretta con il cliente. L’innovazione in Italia è spesso più “artigianale” nel senso positivo del termine: fondata sull’ingegno, sulla flessibilità e sulla capacità di adattarsi. I founder italiani mostrano grande pragmatismo, ma talvolta meno propensione al rischio o alla scalabilità immediata rispetto ai colleghi francesi, anche per via di un sistema di finanziamento diverso.
Detto questo, le differenze si stanno riducendo rapidamente. Le nuove generazioni di imprenditori italiani sono sempre più internazionali, abituate a lavorare in ecosistemi europei, e condividono con i francesi la stessa cultura della tecnologia e dell’impatto. Al tempo stesso, molti founder francesi guardano oggi all’Italia per ispirarsi a un modello di innovazione più flessibile, creativo e centrato sul valore del prodotto.
- Puoi raccontarci un caso virtuoso di collaborazione franco-italiana nel campo dell’innovazione che ti ha particolarmente colpito?
Più che colpita, direi che sono molto fiera di una cooperazione che abbiamo lanciato tre anni fa insieme al MAECI: il programma YEP – Young Entrepreneurs Programme. È un’iniziativa di mobilità tra la Francia e l’Italia pensata per studenti e giovani ricercatori con un progetto d’impresa deep tech, anche in fase molto iniziale.
L’obiettivo di YEP è favorire la nascita di una nuova generazione di innovatori europei: accompagniamo i partecipanti in una “immersion week” nell’ecosistema dell’altro Paese, dove possono sviluppare contatti, confrontarsi con progetti simili e incontrare incubatori, ricercatori e investitori. È un’esperienza che li aiuta non solo a crescere come imprenditori, ma anche a pensarsi europei sin dall’inizio, con una mentalità aperta alla collaborazione transnazionale e al co-sviluppo tecnologico.
Oggi il programma sta crescendo, anno dopo anno, e sta costruendo un ponte concreto tra le comunità dell’innovazione di Francia e Italia — un piccolo ma significativo esempio di come la cooperazione europea possa partire dalle persone, prima ancora che dalle istituzioni.
- Qual è, secondo te, il “vantaggio competitivo” che l’Europa — e in particolare l’asse Francia–Italia — può giocarsi nel panorama globale dell’innovazione nei prossimi 5 anni?
Credo che il vero vantaggio competitivo dell’Europa, e in particolare dell’asse Francia–Italia, risieda nella capacità di coniugare tecnologia e valori: un modello di innovazione che non punta solo alla crescita economica, ma anche alla sostenibilità, alla qualità e all’impatto sociale. È una visione diversa da quella americana o asiatica, più equilibrata e più attenta alla dimensione umana del progresso. Nei prossimi cinque anni, questa combinazione potrà diventare una leva unica per sviluppare un modello europeo di innovazione “responsabile”, fondato su alcune priorità comuni: l’etica, la sostenibilità e la cooperazione. Questo approccio “human-centric” — che integra tutela dei diritti, transizione verde e inclusione sociale — può diventare la chiave per attrarre talenti, investimenti e fiducia, dando all’Europa un ruolo di leadership globale in un’innovazione responsabile, duratura e condivisa
- Se dovessi dare un consiglio a un giovane innovatore italiano che vuole lavorare in un contesto europeo, quale sarebbe?
Il mio consiglio sarebbe di pensare europeo fin dall’inizio, senza percepire i confini nazionali come un limite ma come un punto di partenza. Oggi l’innovazione non ha più un baricentro unico: si costruisce dentro reti, progetti e collaborazioni che attraversano Paesi, lingue e culture. Per un giovane innovatore italiano, questo è un vantaggio enorme, perché l’Italia forma menti creative, abituate a risolvere problemi in modo originale e con risorse limitate — qualità preziose in ogni ecosistema europeo.
Direi quindi: coltiva la tua identità, ma impara a muoverti in logica di sistema. Partecipa a programmi europei, frequenta gli hub di innovazione in Francia, Germania o Spagna, e non aver paura di confrontarti con modelli diversi. L’obiettivo non è “andare all’estero”, ma costruire connessioni durature che ti permettano di crescere come innovatore europeo, non solo italiano.
Infine, scegli sempre progetti che abbiano un impatto reale, non solo tecnologico ma anche sociale o ambientale. L’Europa ha bisogno di innovatori che coniughino competenza e responsabilità, visione e radici. È lì che si giocherà la vera differenza nei prossimi anni.