La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, aperta dal 9 maggio al 22 novembre 2026, porta il titolo “In Minor Keys” (Nelle tonalità minori), progetto firmato da Koyo Kouoh, curatrice camerunense-svizzera scomparsa nel maggio 2025 e portato a termine dal suo team curatoriale. Il tema centrale non è dichiaratamente ambientale: parla di ascolto, di saperi marginalizzati, di pratiche estetiche fisiche e analogiche contrapposte al rumore del digitale. Eppure, scavando tra i 111 artisti della mostra internazionale e i quasi cento padiglioni nazionali, il cambiamento climatico emerge come uno dei fili conduttori più ricorrenti dell’edizione.
Un tema che non urla, ma è ovunque
Diverse analisi indicano che più di venti padiglioni nazionali hanno posto le crisi ambientali al centro del proprio progetto espositivo, segno di una svolta ormai strutturale nel panorama artistico globale verso i temi ecologici. Coerentemente con lo spirito della Biennale, però, la crisi climatica non viene raccontata con proclami o manifesti: prende la forma di corpi, materiali di scarto, paesaggi che si trasformano, specie che scompaiono.

Le opere e i padiglioni da conoscere
Austria — Florentina Holzinger, “Seaworld Venice” Uno dei padiglioni più discussi dell’edizione. Lo spazio austriaco diventa un paesaggio allagato, a metà tra un acquapark, un santuario e un impianto di depurazione. Performance dal vivo si alternano per tutta la durata dell’esposizione: una moto d’acqua che gira in tondo come monumento all’overtourism, corpi che si arrampicano su una struttura simile a un albero di nave, una donna che vive dentro una vasca con boccaglio, osservando i visitatori. Il momento più fotografato è quello della campana recuperata dalla laguna, azionata da una performer che ne fa da battacchio: il corpo umano trasformato in strumento d’allarme contro il riscaldamento globale.
Nauru — il debutto di una nazione simbolo Alla sua prima partecipazione in assoluto, Nauru — la più piccola nazione insulare del mondo — porta in Biennale la storia di un territorio impoverito da un secolo di estrazione di fosfati. Non c’è retorica catastrofista: il padiglione racconta una condizione quotidiana, vissuta, e proprio per questo risulta tra i più diretti ed efficaci nello spiegare il cambiamento climatico anche a un pubblico giovane.
Padiglione Italia — Chiara Camoni, “Con te con tutto” Curato da Cecilia Canziani, il progetto italiano riempie i due spazi delle Tese alle Corderie dell’Arsenale con oltre venti statue in ceramica, alte quanto una figura umana, realizzate con argilla, arbusti, conchiglie, pietre e frammenti di plastica raccolti nei dintorni dello studio dell’artista. Alcune sculture si trasformano in vasi per piante: una sostenibilità intima, in cui la materia vegetale e quella umana convivono nello stesso corpo scultoreo.
Polonia — Bogna Burska e Daniel Kotowski, “Liquid Tongues” Un video che fonde i sistemi di conoscenza andini e amazzonici con l’intelligenza artificiale e la modellazione 3D, presentando sogno e sessualità come “tecnologie sensibili” con cui le comunità della foresta pluviale trasmettono intelligenza ecologica e cura collettiva.
Nuova Zelanda — Fiona Pardington Diciassette ritratti fotografici di grande formato di uccelli conservati nelle collezioni museali di Nuova Zelanda e Australia: alcuni estinti da oltre un secolo, come lo huia, altri a rischio. Un lutto ecologico composto, silenzioso, coerente con le “tonalità minori” dell’intera edizione.
All’Arsenale e oltre Un ulivo che ruota su se stesso diventa, secondo diversi osservatori, l’emblema di una natura sradicata e priva di centro.

L’arte che riduce anche la propria impronta
Non è solo il contenuto delle opere a parlare di clima: almeno un padiglione storico ha condotto un percorso di riqualificazione energetica che lo ha portato dalla classe F alla classe A3, con schermature solari intelligenti, lucernari a doppio vetro e un mandato di sobrietà che impone il riuso dei materiali da costruzione e la produzione locale, limitando le emissioni legate ai trasporti internazionali. Un segnale che l’arte contemporanea, per parlare credibilmente di crisi ambientale, sta iniziando a mettere in discussione anche i propri stessi processi produttivi.
Perché conta il tono, non solo il tema
Rispetto a edizioni precedenti, più esplicitamente militanti sui temi del riscaldamento globale, il 2026 sceglie un registro diverso: niente slogan, ma un invito a rallentare lo sguardo e ascoltare “i segnali persistenti della terra e della vita”, come recita il testo curatoriale di Koyo Kouoh. Il rischio, secondo alcuni critici, è che senza le didascalie molte opere restino mute; il pregio, per chi si ferma davvero, è un’esperienza della crisi climatica meno ideologica e più fisica, viscerale, difficile da dimenticare.
Informazioni pratiche
- Date: 9 maggio – 22 novembre 2026
- Sedi principali: Giardini, Arsenale, oltre venti sedi nel centro storico di Venezia
- Biglietti: disponibili sul sito ufficiale della Biennale di Venezia https://www.labiennale.org
- Consiglio: i mesi di maggiore affluenza sono maggio-giugno e settembre-ottobre; prenotare online in anticipo
Fonti: Artribune, Domus, La Biennale di Venezia, Il Giornale d’Italia, DivertiViaggio, Wikipedia (LXI Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, Renata Green).